Tour de France, avatar e mito - Singola rivista

Tour de France, avatar e mito

60 anni dopo le parole di Roland Barthes, ritorno alla mitologia del Tour nella sua veste virtuale.

Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

La ciclista si alza, fa una colazione robusta con pane, uova, prosciutto e caffè. Si mette i pantaloncini e va nella stanza dove la aspetta la sua bici, le cromature scintillanti, il nastro del manubrio leggermente macchiato dal sudore del giorno prima.
A vederla bene, la bicicletta ha le ruote agganciate a un nastro, non è propriamente una bici. È quella che con disprezzo i ciclisti chiamano cyclette, nome certamente misogino che allude alle femminucce, alle faccende domestiche.

Nel Tour de France non c'è spazio per le donne, ma questa è un'edizione un particolare. Possono gareggiare uomini e donne, e soprattutto possono farlo senza uscire di casa, nel mondo virtuale creato da un'azienda statunitense, la Zwift. Così, prima di mettersi in sella, la ciclista accende uno schermo e armeggia con il cellulare. Tra poco correrà la seconda tappa del Tour, nella nazione di Watopia.

Il Tour de France nella sua edizione virtuale, 2020

Il Tour de France nella sua edizione virtuale, 2020 | Zwift

"La geografia del Tour è, anch'essa, interamente soggetta alla necessità epica della prova. Gli elementi naturali e i fondi stradali sono personificati, giacché l'uomo si misura con essi, e come in ogni epopea occorre che la lotta metta di fronte misure uguali: l'uomo è così naturalizzato, la Natura umanizzata. Le salite sono maligne, ridotte a «percentuali» aspre e mortali..." 

Così Roland Barthes scrive di un Tour prima ancora che antico (parliamo degli anni '50) antichizzato, edificandone il mito sulle rovine di un paesaggio postbellico, in divenire frenetico, eppure ancora umanissimo. Cosa avrebbe scritto oggi che le strade non sono più dure e reali, ma riprodotte in uno sfarfallio differito di pixel?

Il kit per andare su strada in modalità virtuale

Il kit per andare su strada in modalità virtuale | Marco Verch / Flickr

L'epica classica del Tour è fatta di eroi (di sesso maschile) dai nomi allusivi, hanno titoli roboanti, sono un condensato di qualità nette, definitive: Brankart - "di un umore offensivo", Coppi - "eroe perfetto, fantasma temibile", Hassenforderer (detto Hassen il Magnifico o Hassen il Corsaro) - "corridore combattivo e borioso", De Groot - "pedalatore solitario, taciturnità batava".
Ma è una narrazione soprattutto che, come si è detto, è il racconto in divenire di una geografia umanizzata, una "somma di crisi assolute". "Una tappa, marittima (Le Havre - Dieppe) sarà «iodata», porterà alla corsa energia e calore; un'altra (il Nord), fatta di strade selciate, costituirà un elemento opaco, angoloso: sarà letteralmente «dura da mandar giù»; un'altra ancora (Briançon - Monaco), scistosa, preistorica, invischierà il corridore..."     

Oggi tutto si perde, eppure si vorrebbe riprodurre, di una realtà che si compone dietro la linea di vetro di uno schermo (una finestra). La fisicità trascolora alleggerendosi, fino a volatilizzarsi, portandosi dietro l'uomo-Natura e il paesaggio umanizzato. Non resta più in piedi neppure il significato intimo dell'essere, e quindi, in modo ancora più metafisico, il senso stesso della lotta.  

Eppure, questa volta, uomini e donne sono chiamati a correre simbolicamente insieme. Gli stessi che si deumanizzano e vivono la dimensione di solitudine unificata della realtà virtuale (per usare i versi della poetessa Maria Borio: "Tu sono io nello schermo, io è tutti."), si imbarcano in uno slancio - una corsa, un viaggio - emblematicamente universale.
A settembre forse prenderà il via il Tour vero, ma anche questa competizione virtuale ha valenza e significati che vanno al di là dell'impresa sportiva. Qui passa in filigrana una vicenda molto umana, materiale che si presta ad essere analizzato in studi più recenti sull'immaginario delle nostre paure, le nostre sconfitte e la nostra intimità. 

Le ruote scorrono sul nastro con un fruscio leggero, in una dimensione lontanissima dal sobbalzare dei telai sul pavè e dalle forature condite da bestemmie. Mentre i controlli di Zwift creano tensione sulle cinghie che frenano la ruota posteriore in corrispondenza della prima salita, la ciclista apre di una spanna la zip della maglietta, il suo sudore è reale. Ma il suo avatar arranca pulito in un gruppetto di altri avatar, non può comunicare con loro, può solo immaginare quelle persone reali pedalare in altre stanze, in altre case, magari dall'altra parte dell'Europa o dell'Oceano Atlantico.

Qualcuno scrive che questo Tour non é meno duro di quello corso sulla strada. Fosse anche così, non può però essere ugualmente arduo ed eroico, perché scalare il Mont Ventoux in sella a una bici non è solo questione di «percentuali», ma di rapporto con la montagna, con i sostenitori armati di borracce, fischietti e bandiere, è nel terrore di vedere il simile stremato che non ce la fa più: "L'accasciamento prefigura l'abbandono, è sempre orrendo, rattrista come una sconfitta: sul Ventoso certi accasciamenti hanno assunto un carattere «hiroshimatico»."
Ma aggiunge Barthes: "Non c'è posto per il sentimento nel Tour" e questo, oggi, sembra ancora più aderente al vero. Sullo schermo scorrono silhouette antropomorfe, paesaggi di pixel e numeri, è più che altro una gamification, come in un scontro marziale di personaggi mostruosi che nulla hanno a che vedere con chi si cela al di qua dello schermo. La ciclista, sola nella sua stanza, continua a pedalare.

Il mito, come una sostanza minerale, è eterno e allo stesso tempo racconta dell'epoca in cui si è formato. Un mito di questo tempo, una cifra a cui riportare il conto di questi anni, a patto che ce ne sia una, vanno cercati nello spazio irrazionale delle contraddizioni, delle aporie irrisolvibili. Questo l'effetto che fa vedere quei ciclisti sgomitare (gli avatar sembrano oscillare come meduse o fantasmi, non sembrano poter spintonarsi o cadere a terra, ferirsi, morire) in un paesaggio che ora si chiama Watopia, successivamente diventerà la Francia, o meglio la sua immagine virtuale: è allo stesso tempo sudore, alimentazione, muscoli, tenersi i propri bisogni nelle viscere, tutto quello che avviene in migliaia di stanze separate e inconoscibili, opache, quindi reali; e assenza di scambio, di grida, di montagne, di vento, di selciato. 

Da qui la differenza più importante di un Tour e di un'epoca, quella di Barthes, che con rigore logico si poteva definire "un conflitto incerto di essenze certe", e questa, la nostra, dove gli eroi, i corpi, il paesaggio sono spariti: "un conflitto incerto di essenze incerte".

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Riferimenti

Barthes, Roland, Miti d'oggi, Einaudi, Torino ed. 2016
Borio, Maria, Trasparenza, Interlinea, Novara 2019  

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Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

Pubblicato:
06-07-2020
Ultima modifica:
25-09-2020
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