La setta degli insonni. Come si tortura un omosessuale - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Una scena tratta dal documentario "Welcome to Chechnya" di David France
Una scena tratta dal documentario "Welcome to Chechnya" di David France | Copyright: HBO

La setta degli insonni. Come si tortura un omosessuale

In Welcome to Chechnya, David France documenta la violenza contro la comunità LGBT nel regno di Ramzan Kadyrov affidandosi al deep fake. E questo, da arma offensiva in grado di stravolgere la realtà, diventa una potente strategia di difesa.

Una scena tratta dal documentario "Welcome to Chechnya" di David France | Copyright: HBO
Jacopo La Forgia

(1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha realizzato lavori, oltre che in Italia, in Romania, India e Indonesia. È autore di Materia (Effequ, 2019) e coautore di Triologia della catastrofe (Effequ, 2020). Vive a Venezia.

1.

«Si conosce quale carattere renda fascinoso e penoso questo studio», lo studio di questa terra, scrive Giorgio Manganelli in Nottambuli: «in breve, [è] immersa in una notte costante, totale, che nessuna alba rimuove, [e] nessun tramonto, che si sappia, ha mai preannunciato. Aristotelicamente, dovremmo definire codesta notte come una sostanza notte, sostanza che pare coeterna al mondo, e che, sebbene ne ricopra una parte esigua, ne condiziona e tocca l’intera storia. […] La notte è, a nostro avviso, il significato di quella terra; così come abbiamo avvertito che significato del mondo in cui viviamo, e in cui la notte è accidente, sia il procedere alterno dei geli e delle canicole, l’avvento e la scomparsa dei fiori e di quegli insetti che diciamo effimeri» [1].
Questo non è un pezzo sulla notte, eppure comincia in quelle ore.
La notte non dormo. Succede a me, succede a voi, succede da circa un anno.
In una scena de Le conseguenze dell’amore, Titta Di Girolamo dice:

«Esiste nel mondo una specie di setta di cui fanno parte uomini e donne di tutte le estrazioni sociali, età, razze e religioni. È la setta degli insonni. […] Gli uomini non aderenti alla setta a volte dicono a quelli che ne fanno parte: “se non riesci a dormire puoi sempre leggere, guardare la tv, studiare o fare qualsiasi altra cosa”. Questo genere di frasi irrita profondamente i componenti della setta degli insonni. Il motivo è molto semplice; chi soffre d’insonnia ha un’unica ossessione: addormentarsi».

Un ragionamento semplice, d’accordo, benché Servillo lo reciti con maestria. Del resto risiede lì la sua efficacia, nell’essenzialità. Mi torna spesso in mente.
La parola “setta” deriva dal latino secta – propriamente “séguito”, da sectus, participio passato di sequi, “seguire” – e indica una «associazione di persone che seguono e difendono una particolare dottrina filosofica, religiosa o politica»; «spesso si intende che tale dottrina si oppone ad altra più diffusa o già affermata» (con tale sfumatura, la parola è spesso usata con intenti polemici).
Titta usa “setta” in modo estensivo ma non dà ai suoi membri «speciali diritti o privilegi». Dà loro un’ossessione impossibile da soddisfare.
Nell’ultimo anno le cose sono cambiate, e il ragionamento di Titta ha una presa diversa sulla realtà. Gli insonni non sono più una minoranza, e hanno ossessioni nuove.
Nell’ora più ottusa della notte – quando il frigo si zittisce, il freddo si concreta e nei muscoli della fronte si aggruma una sostanza autonoma, un ghiaccio viscoso – la mia insonnia muta, e con essa le mie ossessioni. Durante il giorno sono esposto a un’unica narrazione e questo crea in me un vuoto collaterale. Di notte quel vuoto si rivela e io devo sapere. Ci sono intere regioni del mondo di cui non so più nulla. Territori di niente.

«Ma c’erano altri elementi che avevano la capacità di turbarci. Tanto tempo fa qui esistevano delle città, e infatti incontrammo misteriose tracce di insediamenti umani: capanne in sfacelo con i tetti crollati, sfumati di rosso, ruote di carro semisepolte nel terreno, con i raggi coperti di ruggine, e i contorni appena visibili di vecchi recinti per il bestiame, che ora facevano solo da ornamento alla terra grassa coperta d’aghi di pino.
Ma la cosa più inquietante era un lamento profondo, potente, all’imbrunire. Il vento dal mare e la strana immobilità dell’entroterra offuscavano la nostra capacità di calcolare la direzione, e quel rumore sembrava permeare l’acqua nera che bagnava i cipressi» [2].

La locandina

La locandina


2.

Questo mio racconto inizia il 21 febbraio 2021. Sto cercando un documentario su internet. È la terza notte di seguito che guardo documentari. La prima e la seconda le ho passate nella Taiga di Ulrike Ottinger: molte ore di antropologia visuale, le tribù mongole dei Darkhad e dei Soyon Uriyanghai.
Il 21 febbraio, invece, studio la shortlist dei documentari agli oscar. Trovo Welcome to Chechnya.
L’autore è David France, reporter, scrittore, e autore, tra le altre cose, di How to Survive a Plague, documentario sui primi anni dell’epidemia di A.I.D.S. negli Stati Uniti.
La prima cosa che mi colpisce di Welcome to Chechnya, quando ancora non so di cosa tratta, è che lo trovo sia nella shortlist dei documentari che in quella degli effetti speciali. Compete, per capirci, con Tenet di Nolan e Bloodshot di David S. F. Wilson. Mi chiedo il motivo, guardo il trailer; all’inizio non noto manipolazioni digitali. Poi sposto la mia attenzione dalle ambientazioni ai volti dei protagonisti. C’è qualcosa nelle loro espressioni che le rende lievemente innaturali. Solo allora, leggo la scheda tecnica del film: per preservare l’anonimato di alcune delle persone filmate è stato usato il deep fake.
Il film, girato in gran parte con telecamere nascoste, cellulari e GoPro, segue l’operato del Russian LGBT Network, attivisti russi che aiutano persone LGBT a sfuggire alle purghe in atto nella Repubblica di Cecenia; li conducono in segreto ai rifugi del Network, a Mosca e a San Pietroburgo, e li aiutano a ottenere asilo in Europa o in America.
Come scrive Patricia Thomson su documentary.org, France ha filmato il viaggio dei rifugiati promettendogli che la loro identità sarebbe stata completamente mascherata, «che nemmeno le madri li avrebbero riconosciuti».
«Non volevo, però, 90 minuti di sfocature e riquadri e strisce nere e ombre scure» ha detto il regista. «Volevo che il pubblico provasse in prima persona cosa vuol dire vivere quest’esperienza medievale nel nostro tempo».
«La ricerca di France» riporta Thomson «ha infine condotto allo sviluppo di un nuovo AI tool: un programma di raddoppio facciale che utilizza il deep structured learning per sostituire il volto del soggetto con uno completamente nuovo, che però riproduce fedelmente ogni espressione». A realizzare il «digital veil» è stato l’architetto del software Ryan Laney.
France riesce a ottenere il risultato sperato? Fino a che punto il fruitore sente quello che sentono i rifugiati?
La sensibilità umana è, ad oggi, piuttosto anestetizzata. I dispositivi tecnici che sostituiscono ambienti “ottimizzati” all’ambiente in cui l’uomo si muoverebbe naturalmente, espropriano la sensibilità umana della propria qualità estrinseca, la capacità di «accogliere come potenzialmente informativi tutti gli stimoli da cui viene raggiunta», come scrive il filosofo Pietro Montani in Tecnologie della sensibilità [3].
Il pubblico si immedesima con fatica con i soggetti della storia, e chi realizza documentari si trova davanti a sé un ostacolo difficile da superare. Bisogna creare, come dice Georges Didi-Hubermann, immagini che bruciano, e saper guardare un’immagine dovrebbe significare allora «divenire capaci di distinguere dove essa brucia, dove la sua eventuale bellezza serba il posto a “un segno segreto” nascosto sotto la cenere, a una crisi irrisolta, a un sintomo» [4].
Scarico Welcome to Chechnya all’una di notte e finisco di vederlo alle tre. Lo guardo nuovamente il giorno dopo, poi faccio passare una settimana. Adesso ne scrivo. (È il 28 febbraio, l’articolo probabilmente lo leggerete a marzo). Cerco ciò che si è sedimentato.
Il mio giudizio sull’efficacia del film di France, lo so, è puramente empirico. È basato sulla mia sensibilità, sulla mia memoria eidetica.
La visione – complici anche la sottigliezza della notte e l’impossibilità del sonno – ha prodotto un’immedesimazione profonda. Per occhi abituati agli effetti speciali, il digital veil è all’inizio abbastanza evidente; a produrre angoscia e a coinvolgere sono soprattutto dialoghi e suoni (il sound design è notevole). Poi il cervello si acquieta e quelle facce tremolanti diventano facce vere.
Grisha è un event planner russo di trent’anni che si è trasferito in Cecenia dopo averla visitata durante un viaggio di lavoro.
«La gente era fantastica… la loro gentilezza e la loro disponibilità ad aiutare… La gente comune, intendo. E così, quando è iniziata la persecuzione dei gay, è stato uno shock enorme per me. Non riuscivo a capire come persone così gentili... potessero trattare la gente con tanta violenza, con tanta crudeltà. Gente gay che non gli ha mai fatto niente. Essere rapiti e torturati ti cambia».
Il Russian LGBT network ha salvato Grisha portandolo a Mosca. In una scena lo vediamo attendere il suo fidanzato in aeroporto. I due si incontrano dopo mesi di distanza forzata, si abbracciano a lungo, («Ok, basta, non in pubblico»), vorrebbero baciarsi ma non possono farlo. Li seguiamo in macchina verso il rifugio, mentre Bogdan sceglie il suo nome da fuggitivo. L’intensità del momento è tale che dimentico il velo digitale. Le bocche, gli zigomi, gli occhi e le sopracciglia divengono reali. Le mie lacrime sono quindi un modo con cui il corpo, con i propri organi e con il proprio sangue, assimila la storia di un altro. France è riuscito nell’intento, l’immagine ha bruciato.
Superato l’ostacolo dell’immedesimazione, il documentario fa emergere in me il desiderio di sapere di più. Nei giorni successivi approfondisco il contesto storico e sociale in cui le persecuzioni hanno luogo e sono possibili. Perché il governo ceceno e quello russo non intervengono?
Della Cecenia ho sentito parlare per la prima volta quando avevo dodici anni, nel 2002, per via della crisi del teatro Dubrovka. Circa quaranta militanti separatisti ceceni sequestrarono ottocentocinquanta ostaggi e li tennero nel teatro dal 23 al 26 ottobre. Chiedevano il ritiro delle truppe russe dal loro Paese e la fine della seconda guerra cecena. Le forze speciali russe intervennero pompando gas negli impianti dell’aria condizionata. Uccisero tutti i sequestratori e numerosi ostaggi. A partire dalla ricostruzione di questa memoria, ho svolto diversi giorni di ricerche per la stesura di quest’articolo. Il senso della mia insonnia, il senso del documentario, si sono amplificati così nello studio della Cecenia, di cui so troppo poco.

Per prima cosa studio la storia del Paese, in particolare gli ultimi cento anni. La tappa finale del mio viaggio inizia nel 2017.
La persecuzione è ben documentata [5]. Le prime dichiarazioni giornalistiche che parlano delle purghe risalgono all’aprile del 2017 e vengono pubblicate dalla Novaja Gazeta, il principale giornale dell’opposizione russa (quello in cui scriveva Anna Politkovskaja, per capirci, la giornalista cui spararono in testa per aver descritto le violazioni dei diritti umani durante la seconda guerra cecena). Sulle pagine del quotidiano si riporta di almeno cento persone detenute e torturate e di almeno tre esecuzioni extragiudiziali (si citano fonti dei servizi segreti).
«È cominciato tutto per caso» dice David Isteev, crisis response coordinator del Russian LGBT network intervistato da David France per il suo documentario.
«Nell’inverno del 2017 c’è stata una retata antidroga. E quando la polizia cecena ha sequestrato il telefono di una persona arrestata, vi ha trovato foto gay e messaggi espliciti. È così che è iniziata questa storia. Lo hanno torturato, costringendolo a consegnare altre persone. È stata una reazione a catena. Queste altre persone sono state arrestate e ciascuna ha consegnato altre dieci persone... che sono state automaticamente torturate».
Qual è stata la prima reazione del governo ceceno alla notizia delle persecuzioni? Il Capo della Repubblica Cecena, Ramzan Kadyrov, al governo dal 2007, nega tutt’oggi il verificarsi di persecuzioni, e anche l’esistenza di uomini gay in Cecenia.
Nel documentario di France c’è uno spezzone dell’intervista che il giornalista americano Bryant Gumbel gli fece nel 2017.
«Volevo chiederle del presunto rastrellamento, rapimento e tortura di uomini gay nella repubblica».
Kadyrov ride. Rivolto a qualcuno fuori campo, dice: «ora sappiamo perché è venuto qui. E cosa vuole ottenere con queste domande».
Poi, a Gumbel: «tutto questo non ha senso. Qui gente del genere non c’è. Non abbiamo gay. Se ce ne sono, portateli in Canada. Sia lode ad Allah. Per purificare il nostro sangue, se ce ne sono, portateli via».
«Ma non si preoccupa quando legge di giovani uomini che dicono di essere stati torturati per giorni e consegnati alle loro famiglie all’interno di sacchi? Non la preoccupa sentire queste storie, problemi di ordine pubblico nella repubblica?»
«Si sono inventati tutto. Sono diavoli. Sono dei venduti. Sono subumani. Che Dio li condanni per averci calunniato. Dovranno rispondere all’Onnipotente».
Il governo ceceno non è il solo a negare fatti ampiamente documentati. Il governo russo fa lo stesso.
Nel documentario, all’intervista di Kadyrov segue lo spezzone di un telegiornale russo.
«Il Cremlino afferma che le accuse sulla persecuzione dei ceceni gay sono infondate. Secondo il capo della repubblica, Ramzan Kadyrov, in Cecenia le persone LGBT non sono perseguitate. Oggi, il portavoce del presidente della Russia ha affermato che il Cremlino non ha motivo di dubitare delle parole di Kadyrov».
Nel 2017 Human Rights Watch riferisce che «è difficile sopravvalutare quanto siano vulnerabili le persone LGBT in Cecenia, dove l’omofobia è dilagante. Le persone LGBT corrono il pericolo non solo di persecuzioni da parte delle autorità ma anche di cadere vittime di “delitti d’onore” da parte dei propri parenti per aver offeso la famiglia».
Nel marzo 2019, un certo numero di paesi, in occasione della 40a sessione del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha rilasciato una dichiarazione congiunta chiedendo «un’indagine rapida, approfondita e imparziale sulla supposta persecuzione», sostenuta da 32 Paesi. Tuttavia, gli Stati Uniti di Trump si sono rifiutati di firmare la dichiarazione.
Come veniamo informati alla fine del documentario, nei primi due anni della purga il Russian LGBT Network ha trasferito 151 persone all’estero. Il Canada ha dato asilo a 44 rifugiati, con l’aiuto dell’associazione Rainbow Railroad. L’amministrazione di Trump non ha accettato rifugiati LGBT dalla Cecenia.

Torniamo a Grisha.
David Isteev racconta che: «a un certo punto, i suoi parenti hanno iniziato a ricevere intimidazioni. La polizia minacciava di bruciare le loro case, di uccidere i loro figli... E il loro obiettivo era riportare Grisha in Cecenia e zittirlo per sempre. Così, un mese dopo che era venuto da noi, è diventato ovvio che non era solo Grisha che dovevamo portare fuori dalla Russia, ma la tutta la sua famiglia…»
Così seguiamo Grisha, la sua famiglia e il suo fidanzato che abbandonano la Russia per un paese europeo non identificato, dove progettano di chiedere asilo.
Ma Grisha pensa che questo non basterà:
«Ci cercheranno. Faranno tutto il possibile per zittirmi. Lo so per certo».
Così scopriamo che Grisha è il primo perseguitato a decidere di denunciare ufficialmente gli abusi subiti, perdendo di conseguenza l’anonimato.
«È stato difficile. All’inizio non l’ho detto né Bogdan né a nessun’altro. Perché per me la cosa più importante era la loro sicurezza. Alla fine ho deciso di andare in tribunale, combattere per la mia verità, lottare per i miei diritti. Credo che la legge sia fondamentalmente giusta e che possiamo riuscire a prevalere».
Grisha torna segretamente in Russia, a Mosca, e attende il processo.
Assistiamo alla conferenza stampa in cui Grisha spiega perché ha deciso di raccontare la sua storia. Chi l’ha presentato ai giornalisti gli passa il microfono e il volto digitale si dissolve, rivelando la sua vera identità. Avevamo dimenticato il deep fake, questo accresce l’effetto che la scena ha su di noi; un perfetto meccanismo narrativo, che viene utilizzato per la prima volta. Grisha è Maxim Lapunov, è il maggio del 2019, e le sue prime parole come personaggio pubblico, sono:
«In una parola, stavano preparandomi a morire».
Guardando la scena ci sentiamo improvvisamente sollevati. Qualcosa sta funzionando, un perseguitato si è assunto l’enorme onere di denunciare ufficialmente quello che è successo. Nelle scene successive, vediamo la notizia finire su giornali e televisioni, il nostro sentimento positivo si rinforza…
Taglio.
Una scena filmata in un tribunale russo. Nell’ampia aula ci sono solo Isteev e due suoi colleghi. Entra un giudice con un registro nero in mano.
«Secondo l’articolo 125 del codice penale della federazione russa la mozione per avviare un procedimento penale presentata da Maxim Lapunov il 21 marzo 2018 è respinta. Entro tre giorni tutte le parti coinvolte riceveranno questa decisione in forma scritta. E ora il procedimento è chiuso».

Negli ultimi minuti del documentario Isteev dice:
«Abbiamo appreso i segreti della Repubblica Cecena.
Conosciamo i volti di coloro da incolpare per le persecuzioni.
Conosciamo praticamente l’intera catena degli eventi.
Sappiamo come dimostrare la colpevolezza di queste persone.
Ma non sappiamo come far accettare al comitato investigativo della Federazione Russa l’ovvia esistenza di questi crimini.
Eppure continuiamo a provare.
È più difficile per me ora rispetto a un anno fa, questo è un dato di fatto.
Ma non possiamo semplicemente andarcene. Questa storia ha bisogno di una conclusione adeguata.
Comunque, se non ti uccidono, sei un vincitore».

La notte sostanziale è immobile, soddisfatta di quella sua patria, o potrebbe un giorno estendersi, o slittare sulle nostre terre? È essa un pericolo di morte costante e orribile, o qualcosa di insondabile, un mistero deserto con il quale ci conviene vivere? O non sarà per avventura l’una cosa e insieme l’altra? Forse questa non è risposta; ma se qualcuno altra ne conosce, esauriente o come che sia migliore, molto lo preghiamo, che ce la esponga [6].

Maxim Lapunov ha portato il suo caso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

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Questo articolo non è stato originariamente pensato per raccogliere fondi.
Se però, quando l’avrete finito, avete intenzione di fare una donazione alle associazioni che in Russia si occupano di diritti LGBT, potete farlo a questo link:

https://www.welcometochechnya.com/savelives

 
 
 
Note

[1] Manganelli, G. (1996), La notte. Adelphi, Milano.

[2] Vandermeer, J. (2014), Annientamento. Tr. it. Einaudi, Torino 2015.

[3] Cfr Montani, P. (2014), Tecnologie della sensibilità. Estetica e immaginazione interattiva. Raffaello Cortina, Milano.

[4] Cfr Didi-Hubermann, G. (2009), “L’immagine brucia”, in Pinotti, A., Somaini, A. (a cura di) (2009), Teorie dell’immagine, Raffaello Cortina, Milano.

[6] Manganelli, G. (1996), La notte. Adelphi, Milano.

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Questo articolo è parte della serie:  Visioni
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#2 Deep, fake
Jacopo La Forgia

(1990) è fotografo e scrittore. Come fotografo ha realizzato lavori, oltre che in Italia, in Romania, India e Indonesia. È autore di Materia (Effequ, 2019) e coautore di Triologia della catastrofe (Effequ, 2020). Vive a Venezia.

Pubblicato:
31-03-2021
Ultima modifica:
31-03-2021
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