Questo piano probabilmente fallirà - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Centrale elettrica a Kiel, Germania, 2021
Centrale elettrica a Kiel, Germania, 2021 | Copyright: Liebeslakritze / Flickr

Questo piano probabilmente fallirà

Il decoupling, ovvero cercare di svincolare la produzione dal suo impatto ambientale, è un tentativo ambizioso al punto da non poterlo più ritenere fattibile. Una breve storia di paradossi e di grandi illusioni.

Centrale elettrica a Kiel, Germania, 2021 | Copyright: Liebeslakritze / Flickr
Alessandro Leonardi

è giornalista pubblicista, speaker radiofonico e autore di analisi sul sistema industriale-tecnologico. Si occupa di evoluzioni e crisi dei modelli di sviluppo, con al centro la crisi climatica e i piani di mitigazione/adattamento connessi con la geopolitica e la macroeconomia. Scrive su varie testate nazionali.

Il mondo del 2030 si presenterà notevolmente diverso rispetto alla situazione attuale. La maggior parte delle persone userà mezzi di spostamento totalmente elettrici in ambienti urbani a misura d'uomo e completamente rinnovati. L'immensa ristrutturazione abitativa, energetica e industriale, in ottica eco-sostenibile, sarà una dei principali architravi dell'economia globale. Plastica ed altre componenti nocive saranno messe al bando, salvando gli oceani e limitando l'inquinamento del suolo. Le emissioni di CO2 caleranno drasticamente per rimanere in linea con gli obiettivi dell'Accordo di Parigi del 2015, ovvero mantenere la temperatura globale entro 1,5 gradi di aumento. Infine, allo stesso tempo, il Pil mondiale crescerà ulteriormente grazie alla green economy e all'accelerazione tecnologica. Questa è la grande visione auspicata per salvare l'umanità dagli effetti più deleteri del cambiamento climatico.

Ma analizzando in profondità le dinamiche del nostro modello di sviluppo, uno scenario del genere risulta letteralmente impossibile, a meno di improbabili, radicali e miracolosi interventi tecnologici e socio-economici.


Il decoupling

I grandi piani di decarbonizzazione presentati dall'Unione Europea, dalla nuova presidenza statunitense e da altre nazioni, hanno degli obiettivi ambiziosi e stringenti, ma soprattutto mirano a coniugare la crescita economica con la preservazione dell'ecosistema, fermando entro soglie accettabili il riscaldamento globale. Questo tentativo viene riassunto nel concetto di decoupling (disaccoppiamento), ovvero il percorso di sviluppo in grado di separare la crescita del Pil dall'inevitabile impatto negativo sulla biosfera. Una strategia adottata nel lontano 2001 dai ministri dell'Ambiente appartenenti all'OCSE, ripresa dalla Commissione Europea nel 2005, inserita successivamente negli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite ed infine rilanciata come scopo prioritario nei piani economici post-pandemia.

Nel corso del tempo il concetto è stato interpretato in molteplici modi e tendenzialmente valutato a seconda delle situazioni in essere, come generale o parziale, assoluto o relativo, permanente o temporaneo, globale o locale, rapido o lento, seguendo una serie di molteplici indicatori che non misurano solo le emissioni dei gas serra nell'atmosfera, ma anche l'inquinamento e la profonda alterazione degli habitat naturali determinati dall'azione umana. L'obiettivo ultimo e obbligatorio per contenere la crisi climatica rimane il decoupling assoluto a livello globale, fino ad ora mai conseguito. In compenso si sono verificati dei disaccoppiamenti limitati e parziali che vengono portati come esempi virtuosi per il futuro.

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Il "no waste" è più spesso cosmetica che un atto di un processo virtuoso | Markus Spiske / Unsplash


I limitati successi di Stati Uniti ed Europa

Per lungo tempo il continente europeo e la potenza americana sono stati i maggiori inquinatori del pianeta, responsabili del 47% delle emissioni di CO2 dal 1751. Nel corso di tre secoli la rivoluzione industriale ha determinato un fortissimo consumo delle risorse senza l'applicazione di una rigorosa politica ambientale. Solo nel dopo-guerra, in seguito agli evidenti effetti negativi sulla popolazione e sull'ambiente circostante, sono state imposte su larga scala una serie di pratiche legislative volte a contenere gli aspetti più deleteri del nostro modello di sviluppo.

Le nuove politiche ed iniziative ambientali si sono incrociate con il mutamento economico innescato dalla terza rivoluzione industriale, spostando il baricentro produttivo dall'apparato industriale al terziario, focalizzando la maggior parte dell'economia sui servizi. Questa virtuosa combinazione ha permesso di ridurre progressivamente le emissioni a partire soprattutto dagli anni '90, oltre che un recupero di diverse aree naturali fortemente compromesse dall'inquinamento industriale. In Europa le emissioni sono calate di oltre il 23% dal 1990, a fronte di un aumento del Pil del 61%, mentre negli Stati Uniti dopo anni e anni di continuo aumento, il calo è iniziato nel 2005 ed è continuato fino ai giorni nostri. Gli USA, nonostante a livello pro-capite siano fra i maggiori consumatori del mondo, si stanno avviando ad essere una nazione a basse emissioni realizzando de facto un decoupling parziale nella stragrande maggioranza degli stati interni. Lo stesso è accaduto nell'Unione Europea, dove i risultati sono stati ancora più soddisfacenti, seppure con diverse variazioni al suo interno.

Questi successi hanno portato diversi membri della classe dirigente occidentale a teorizzare la possibilità concreta di potere ottenere il disaccoppiamento assoluto tramite la nuova green economy e il progresso tecnologico. Ma analizzando in profondità questi decoupling parziali e relativi delle nazioni più avanzate, emerge un quadro decisamente più complesso e poco rassicurante.

Tali strategie hanno avuto “successo” non solo per le politiche ambientali ed economiche, ma anche grazie ad una serie di trucchi industriali e finanziari che hanno consentito di ridurre “falsamente” le emissioni e l'inquinamento in loco, spostando il tutto altrove. Prendendo in esame gli Stati occidentali possiamo notare come negli ultimi decenni una fetta consistente dell'apparato industriale sia stato delocalizzato progressivamente nei Paesi in via di sviluppo, permettendo non solo l'abbattimento dei costi della manodopera, ma anche un maggiore inquinamento grazie alla mancanza di vincoli ambientali consistenti. Infatti molti prodotti consumati dall'opulenta società americana ed europea vengono semplicemente fabbricati nelle nazioni emergenti e importati tramite enormi flussi commerciali, mentre allo stesso tempo, in maniera inversa, i rifiuti vengono esportati nelle nazioni povere grazie ai minori costi e controlli.

Questo rapporto di dipendenza, generato dall'esplosione della globalizzazione negli ultimi 40 anni, ha causato profondi e occulti squilibri; se da una parte la nazione consumatrice più forte del pianeta (gli Stati Uniti) si sostiene tramite imponenti importazioni e deficit commerciali, dall'altra parte la seconda superpotenza del pianeta (la Cina) ha assorbito fino al 2018 circa i 2/3 dei rifiuti di plastica del globo, garantendo allo stesso tempo la cosiddetta “fabbrica del mondo” che rifornisce i persistenti consumi occidentali. In scala minore tale rapporto si è replicato con diverse nazioni asiatiche portando l'inquinamento e i traffici di rifiuti verso un punto di non ritorno, tanto da provocare un blocco da parte dei Paesi del Sud-est asiatico. Le dinamiche perverse dettate dall'espansione del sistema industriale-tecnologico in ogni angolo della Terra, hanno de facto azzerato qualsiasi tentativo di reale decoupling, diminuendo sempre di più la capacità di rigenerazione naturale delle risorse che vengono consumate ogni anno.

La possibilità di un felice disaccoppiamento è stata alimentata anche dalla “crescita finanziaria” degli ultimi decenni, figlia della finanziarizzazione economica. Confidando nelle magie degli algoritmi, dei derivati finanziari e nelle borse in continua ascesa, molti si sono illusi di potere avere un aumento impetuoso del Pil senza le esternalità negative della precedente industrializzazione. Ma questa “crescita” è avvenuta tramite pericolose bolle finanziarie, l'esplosione dei debiti in tutti gli ambiti economici, un aumento netto delle disuguaglianze e una serie di anomalie presenti nelle architravi economiche globali, a partire dallo sfuggente “shadow banking system”. Un insieme di fattori che hanno causato ripetute crisi finanziarie e macroeconomiche, le quali sono arrivate a minacciare l'esistenza stessa del capitalismo odierno. Inoltre bisogna tenere conto del fatto che la stessa economia virtuale si basa su impianti inquinanti e server ad alto consumo, e che anche alcuni degli strumenti finanziari, come la criptovaluta Bitcoin, comportano un folle consumo energetico e quindi un ulteriore inquinamento.

Con questi cambi di prospettiva le ottimistiche riduzioni delle emissioni delle varie nazioni avanzate diventano decisamente meno confortanti rispetto ai solenni traguardi promessi dalle varie leadership.

Discarica di plastica, Nicaragua.

Discarica di plastica, Nicaragua. | Hermes RIvera / Unsplash


Disaccoppiamento globale? Un'utopia.

Se da una parte il decoupling parziale/relativo presenta questi evidenti limiti, dall'altra parte quello globale non è mai stato realizzato e non è possibile conseguirlo senza integrare necessariamente una netta riduzione dell'apparato industriale e dello stile di vita consumistico odierno. Gli studi e l'analisi realizzati fino ad ora confermano la costante e progressiva distruzione dell'ecosistema, mentre i piani promessi risultano troppo deboli, troppo vacui e basati su una sorta di cieco ottimismo sociale ed economico che non ha riscontri nella realtà.

Uno dei più importanti report dedicati a queste tematiche è arrivato dall'European Environmental Bureau, la più grande rete europea di ONG ambientaliste che riunisce circa 160 organizzazioni della società civile di 35 paesi europei, la quale ha contestato fermamente la possibilità di una crescita “verde” con il sistema capitalistico attuale. Nella lunga analisi vengono messe in risalto le numerose problematiche poste dalla green economy, alla luce dei molteplici paper scientifici che smentiscono per il momento la possibilità di un decoupling assoluto. E le prospettive future non sembrano scostarsi dallo scenario attuale, analizzando i vari ambiti che vanno dalle emissioni, al consumo delle risorse, fino alle limitazioni tecnologiche. Inoltre, i grandi piani di riconversione legati alla speranza di nuove economie eco-sostenibili si dovranno scontrare con una serie di dinamiche planetarie non risolvibili in tempi brevi.

Nel 2050 la popolazione terrestre aumenterà fino a 9,7 miliardi di persone, soprattutto in Asia e in Africa. Continenti in via di sviluppo che stanno inseguendo a tutti i costi una rapida crescita industriale basata in gran parte su risorse fossili e consumo del suolo, del mare e dell'aria. Allo stesso tempo le nazioni avanzate cercheranno di rivitalizzare le loro economie dopo il periodo pandemico, per aumentare ulteriormente il loro benessere e mantenere una posizione di preminenza nel grande confronto geopolitico multipolare. A meno di pensare a inquietanti scenari distopici dove miliardi di persone verranno obbligatoriamente tenute nella povertà più estrema, nei prossimi due decenni vi sarà un automatico conflitto fra il desiderio di benessere materiale e la preservazione degli habitat naturali. Anche estendendo massicciamente l'uso delle energie rinnovabili e degli automezzi elettrici alle nazioni emergenti, rimarrà sempre il problema dei materiali da estrarre per forgiare i nuovi prodotti, le nuove abitazioni, le nuove infrastrutture e i nuovi servizi, con annesso inquinamento e alterazione della biosfera.

Centrale termica a ciclo combinato, Tianjin, Cina, 2014.

Centrale termica a ciclo combinato, Tianjin, Cina, 2014. | Asian Development Bank / Flickr

L'efficientamento energetico e la ristrutturazione in chiave eco-sostenibile degli edifici/impianti industriali, che vengono presentati come una grande opportunità per ridurre i consumi e conseguire allo stesso tempo una sana crescita economica, sul medio e lungo termine si dovranno scontrare inevitabilmente con lo sfuggente e insidioso Paradosso di Jevons: una tesi elaborata dall'economista William Stanley Jevons, secondo cui l'aumento dell'efficienza non si traduce in minori consumi, ma al contrario in un rilancio dell'uso delle risorse. Data la natura del nostro modello, improntato alla crescita infinita, il risparmio in un determinato settore viene speso subito per acquisire delle altre risorse in nuovi settori. Infatti dopo ogni miglioramento tecnologico i consumi sono sempre aumentati, così come la pressione sul nostro ecosistema.

A tutto questo vanno aggiunti gli enormi limiti politici, burocratici, culturali, sociali e geopolitici, che rendono la ricerca del decoupling assoluto molto lenta e difficoltosa rispetto a quella richiesta dagli scienziati e attivisti ambientalisti. Basti pensare che per rimanere nella traiettoria del limite di 1,5 gradi, sarebbe necessario ogni anno una diminuzione delle emissioni del 7,6% su scala globale, fino al 2030. Un traguardo raggiunto unicamente nel 2020 con la pandemia e la quarantena imposta a gran parte del pianeta, la quale sta comportando innumerevoli drammi economici e sociali impossibili da sostenere su lungo termine senza incorrere in violente destabilizzazioni socio-politiche.

Vista l'impossibilità di mantenere questa crescita esponenziale con i delicati equilibri ambientali, gli sforzi dei prossimi anni andrebbero posti in un ripensamento dello sviluppo industriale. Rimuovendo il Pil come misura del benessere e focalizzando le maggiori attività sull'economia circolare e su nuove teorie per gestire un modello planetario estremamente problematico. Detto altrimenti, rimettendo in discussione le fondamenta del nostro Sistema tecnologico che non è più garanzia di sicurezza e benessere.

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Alessandro Leonardi

è giornalista pubblicista, speaker radiofonico e autore di analisi sul sistema industriale-tecnologico. Si occupa di evoluzioni e crisi dei modelli di sviluppo, con al centro la crisi climatica e i piani di mitigazione/adattamento connessi con la geopolitica e la macroeconomia. Scrive su varie testate nazionali.

Pubblicato:
11-03-2021
Ultima modifica:
10-03-2021
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