Firenze in (s)vendita - Singola rivista
Pittrice di strada, Firenze, 2006.
Pittrice di strada, Firenze, 2006. | Copyright: Peter Visser / Flickr

Firenze in (s)vendita

L'aggressività dei privati, il patrimonio immobiliare sotto attacco: la politica lascia fare. Un processo che non riguarda solo il capoluogo toscano.

Pittrice di strada, Firenze, 2006. | Copyright: Peter Visser / Flickr
Giuseppe Luca Scaffidi

collabora con La Stampa e con il magazine radicale menelique. Suoi scritti sono apparsi su Pandora, The Vision, DINAMOpress, Jacobin Italia, Forbes e altri.

Lo scorso 18 agosto, il Comune di Firenze ha deliberato la chiusura del museo di Palazzo Vecchio per tredici giorni consecutivi al fine di agevolare i preparativi della sfilata-evento Il Rinascimento e la Rinascita, promossa dalla casa di alta moda Dolce & Gabbana (che, per l’occasione, ha potuto usufruire di una vasta gamma di benefici, tra cui l’esenzione dal canone per gli ambienti monumentali, lo sconto del 50% sulla tassa d’occupazione del suolo pubblico e l’ingresso gratuito alla ZTL). Dando il via libera per l’estromissione di residenti e turisti da Piazza della Signoria, l’amministrazione Nardella ha portato a compimento l’ennesimo tassello di una logica di privatizzazione degli spazi pubblici ormai consolidata, riportando al centro del dibattito il tema della  mall-ification (letteralmente, centro-commercializzazione), simboleggiata dalla massiccia (s)vendita di luoghi simbolo del capoluogo fiorentino ai colossi dell’extralusso e della speculazione immobiliare (del resto, i precedenti in tal senso non mancano: nel 2013, aderendo alla medesima visione filo-mercatista, la giunta Renzi aveva deciso di sbarrare Ponte Vecchio e concederlo in uso esclusivo a 90 «top client» della Ferrari per renderlo teatro di una cena luculliana d’altissima élite).

Negli ultimi anni, la turistificazione selvaggia che ha investito Firenze e la sua area metropolitana è finita sotto la lente d’ingrandimento di una fitta rete di ricercatori, giornalisti, sociologi e urbanisti, la cui attività di ricerca ha creato le premesse per la costruzione di un denso filone di inchieste, volte ad approfondire le distorsioni gentrificanti prodotte da quelle scelte di marketing territoriale che hanno condotto all’esasperazione del modello estrattivista della Town for sale. Una delle più rumorose (A chi fa gola Firenze?) è stata condotta da Antonio Fiorentino, architetto del gruppo urbanistico perUnaltracittà e attivista della rete SET (Sud Europa di fronte alla Turistificazione): la sua indagine concerne la sempre più accentuata ingerenza che alcune holding globali (come il gruppo alberghiero cinese LDC, la società d’investimento americana Colony Capital e il fondo sovrano del Qatar) esercitano sul patrimonio immobiliare della città. La prima struttura passata al setaccio da parte di Fiorentino è però un’istituzione finanziaria autoctona, l’italiana Cassa Depositi e Prestiti, società per azioni controllata per l'83% dal Ministero dell'economia e delle finanze e per la parte restante da 61 fondazioni bancarie. Originariamente la Cassa, concepita come uno strumento di custodia dei depositi e del risparmio postale, era stata istituita per rispondere a un interesse di pubblica utilità: la sua funzione “ontologica” era quella di erogare prestiti alle amministrazioni cittadine per finanziare investimenti di carattere sociale strumentali al miglioramento di svariati standard, dall’implementazione dell’edilizia pubblica residenziale alla messa in sicurezza del territorio, fino al controllo delle oscillazioni del mercato immobiliare. Tuttavia, nel corso del tempo, la sua mission è mutata considerevolmente: allo stadio attuale, si configura come un ibrido a metà strada tra ente pubblico e società privata dal carattere fortemente speculativo e, secondo Fiorentino, «è diventata un potente carrozzone politico clientelare a disposizione delle amministrazioni pubbliche», caratterizzata dalla capacità di esercitare «un ruolo strategico determinante nella sottrazione del patrimonio pubblico alla città e ai suoi abitanti». La Cassa ha infatti coordinato la svendita di una parte consistente del centro storico fiorentino, curando transizioni immobiliari di importanza strategica, come nel caso dell’ex Caserma Vittorio Veneto di Costa San Giorgio – ceduta alla famiglia Lowenstein, proprietaria della Tenuta Medicea di Cafaggiolo e titolare dell’omonima multinazionale, specializzata nel settore immobiliare dell’ospitalità e residenziale – e della Ex Manifattura Tabacchi, oggetto di un investimento di riqualificazione da 200 milioni di euro, frutto di una joint venture che vede coinvolte la stessa Cassa e l’holding finanziaria Aermont Capital.

Turisti a Firenze, 2017.

Turisti a Firenze, 2017. | eGuide Travel / Flickr

L’analisi di Fiorentino approfondisce verticalmente le mire egemoniche di ulteriori gruppi, come la società olandese The Student Hotel, impegnata in un’aggressiva campagna di colonizzazione indirizzata alla determinazione di un sostanziale oligopolio sul mercato del turismo studentesco d’élite: nel 2018, la holding ha acquisito il Palazzo del Sonno in Viale Lavagnini – che, in precedenza, ospitava gli uffici delle Ferrovie dello Stato –, reindirizzandone la destinazione d’uso e trasformandolo in uno studentato di lusso rivolto a una cerchia ristretta: la struttura consta di «390 tra camere e suites, di cui solo poco più della metà sono dedicate agli studenti, il resto, circa 170 camere, a una clientela internazionale estremamente selezionata dalle tariffe proposte»; perseguendo il medesimo disegno – e usufruendo dell’immancabile mediazione della summenzionata Cassa Depositi e Prestiti – nel marzo dello stesso anno, il colosso texano del real estate Hines ha acquistato l’ex teatro comunale in via Solferino per una somma vicina ai cento milioni di euro.

Considerevoli anche le rilevazioni poste in essere dal Qatar Investment Authority, il fondo sovrano dello Stato del Qatar, presieduto dallo Sceicco Khalifa Al-Thani – e proprietario, tra le altre cose, del club professionistico Paris Saint-Germain e dei grattacieli di Milano Porta Nuova – che, nel 2013, ha rilevato dal gruppo Fratini il prestigioso Four Seasons Hotel, situato nel Palazzo della Gherardesca, e del gruppo alberghiero taiwanese LDC, che nel 2016 ha acquisito la disponibilità del Palazzo Portinari Salviati (appartenuto al banchiere Folco Portinari, padre della musa dantesca Beatrice), immobile di quasi 13mila metri quadrati nel cuore di Via del Corso, per portare a termine un progetto di restauro e recupero funzionale che, de facto, sfocerà nell’ennesima privatizzazione di una porzione inestimabile del patrimonio collettivo (il mantenimento della destinazione direzionale ha riguardato, infatti, solo una parte del piano terra; i piani superiori, di contro, sono stati riservati alla realizzazione di 44 unità abitative di grande pregio).

Per quanto concerne l’impatto della gentrificazione digitale sugli equilibri demografici del capoluogo fiorentino, uno studio condotto dal LADEST (Laboratorio dati economici, storici, territoriali) dell’Università di Siena ha monitorato la penetrazione di AirBnB in 13 città italiane, al fine di stimare quanto l’utilizzo della piattaforma stia incidendo sul tessuto urbano e sulla distribuzione di ricchezza delle stesse. Dalla ricerca è emerso come Firenze costituisca la città nostrana con la più alta percentuale di patrimonio immobiliare offerto su Airbnb nei centri storici (il 18%), dove un’unità su cinque risulta permanentemente in affitto a breve termine. Inoltre, stando alle rilevazioni dei ricercatori, nell’area di circa 5 km² che circoscrive il centro storico gigliato «si concentra il 63% di tutta l’offerta di alloggi Airbnb della città, e vi corrisponde il 72% della domanda (misurata tramite il numero di recensioni per ogni inserzione)». Peraltro, l’indagine dell'ateneo senese evidenzia come la distribuzione dei benefici generati dall’impiego del servizio di home sharing sia profondamente diseguale, dato che «Nella maggior parte delle città un piccolo numero di operatori che offrono decine di appartamenti arriva a conquistare anche i due terzi del totale dei proventi».

Dati che certificano i limiti e l’insostenibilità del paradigma della «città merce»: un modello escludente e classista in cui gli spazi urbani, da luoghi dell’abitare, si trasformano in beni da posizionare sul mercato per risanare bilanci comunali non propriamente in salute, generando effetti collaterali tossici, come la corsa alla cementificazione, l’esponenziale allargamento dell’offerta per ogni tipo di nicchia turistica (da quella più abbiente, attratta dall’ampio spettro di possibilità aperte dall’implementazione del luxury market, a quella “mordi e fuggi”, catalizzata dalla proliferazione incontrollata della gentrificazione digitale e dei servizi di home sharing)  e la conseguente estradizione di abitanti autoctoni e domiciliati a basso reddito (studenti universitari afferenti alla classe medio-bassa in primis) verso aree periferiche (a tal proposito, è utile sottolineare come Firenze stia perseguendo un trend demografico preoccupante: dai 382.258 residenti censiti nel 2016, il capoluogo fiorentino è passato ai 372.038 dello scorso anno).

Il caso di Firenze è il riflesso di una problematica di respiro globale, esacerbata dagli sviluppi della crisi economica del 2008: nel pamphlet Capital City. Gentrification and the Real Estate State, pubblicato da Verso Books, Samuel Stein equipara l’ascesa del Real estate capital all’avvento di un vero e proprio Angelo della morte foriero di risvolti drammatici, tra cui l’alterazione del valore dei terreni, l’estromissione coatta degli inquilini, la dissolvenza della città pubblica nella spirale della privatizzazione e la promozione implicita di una gentrificazione inevitabile, accettata anche dai pianificatori urbani più incrollabili: a detta di Stein, le amministrazioni cittadine sono sempre più indotte a sperimentare programmi volti a intercettare le velleità di investimento dei grandi speculatori immobiliari globali, dato che, nella stragrande maggioranza dei casi, queste iniezioni di capitale si rivelano indispensabili per implementare i servizi pubblici; di contro, le città che non riescono a portare a compimento una simile transizione finiscono per subire un declino con ricadute negative per i loro residenti, che si riflettono nella forma di disservizi. Si tratta di una strategia a perdere, una "marea che solleva tutte le barche" (“rising tide lifts all boats”): le città sembrano affette da un malessere urbano sistemico, nell’ambito del quale il capitalismo immateriale individua nella colonizzazione degli spazi pubblici e dei luoghi della cultura uno dei rimedi più efficaci per placare i suoi appetiti estrattivisti.

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Italia - 2020
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Giuseppe Luca Scaffidi

collabora con La Stampa e con il magazine radicale menelique. Suoi scritti sono apparsi su Pandora, The Vision, DINAMOpress, Jacobin Italia, Forbes e altri.

Pubblicato:
19-10-2020
Ultima modifica:
18-10-2020
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