Estetica del Covid tra Carnevale e Capitale - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Carnevale Covid
Carnevale Covid | Copyright: Marco Verch Professional / Flickr

Estetica del Covid tra Carnevale e Capitale

Dall'avvento della pandemia, la mascherina chirurgica ha assunto una connotazione giocosa, carnevalesca. Se ne trovano di ogni motivo, foggia e colore. Spunti per una fenomenologia.

Carnevale Covid | Copyright: Marco Verch Professional / Flickr
Rudi Capra

ha insegnato filosofia dell'Asia orientale alla NUI Galway, è ricercatore per l'Università di Macao, redattore e critico cinematografico per Ondacinema. Suoi testi di filosofia, letteratura, estetica e arti visive sono apparsi anche su Le parole e le cose, Dao, Digressioni. Ha pubblicato per Mimesis I flauti del cielo, una monografia sulla filosofia interculturale.

Ci è voluto qualche secolo perché il medico della peste perdesse l’aura minacciosa e guadagnasse una piazza d’onore tra le maschere più celebri del carnevale veneziano. La mascherina chirurgica ci ha messo molto meno.

La prima, con il suo bianco becco adunco farcito di oli, erbe, aromi, spugne imbevute d’aceto, ha rappresentato per larga parte del Seicento e Settecento un simbolo di morte nella koiné europea. Anche la seconda, grazie alla pandemia di Covid-19, si è trasformata in un simbolo macabro. Se in precedenza era un oggetto associato all’inquinamento, alle megalopoli asiatiche afflitte da concentrazioni di polveri sottili, CFC, anidridi, solfuri, monossidi e biossidi, radicali e piogge acide, l’impatto devastante del coronavirus ne ha inevitabilmente trasfigurato la dimensione simbolica.

Ciò malgrado, in poche settimane la mascherina chirurgica ha acquistato anche una connotazione giocosa, carnevalesca. Se ne trovano di ogni motivo, stoffa, foggia e colore. Tra le marche prestigiose che hanno prodotto mascherine ci sono Fendi, Gucci, Off-White, Palm Angels, Kes, Helmstedt, Maison Modulare, Armani, Hermès…  Le mascherine si possono acquistare su tutte le maggiori piattaforme online, Amazon, Yoox, Stileo, Ovs… brandizzate o personalizzate con loghi, fantasie floreali, animali, steampunk, anime, cartoon, con il sorriso di Hannibal, Joker o Donald Trump. Qualcuno ha persino aperto una catena di punti vendita per mascherine à la page e 100% biodegradabili, con vari punti vendita disseminati tra Roma e Venezia.

Il fenomeno delle mascherine fashion si presenta ormai come una di quelle pratiche talmente diffuse da apparire scontate, quando invece non v’è nulla di scontato nell’ibridazione di articoli sanitari ed estetica fashion. Questo articolo ovviamente non critica l’uso di mascherine fashion, piuttosto offre una critica in senso etimologico: kritiké, “l’arte giudicatrice”, ovvero il processo di discernimento orientato alla valutazione di uno stato di cose, alle scelte che lo hanno determinato e lo possono determinare. In questo caso si tratta di valutare un fenomeno di costume, l’ascrizione delle mascherine chirurgiche all’estetica fashion. Fenomeno che può leggersi come un sintomo del mondo transestetico descritto da Lipovetsky e Serroy, in cui il “capitalismo artista” sfrutta le strategie dell’arte per infiltrare tutti gli interstizi della vita quotidiana (Lipovetsky e Serroy 2013).

Concord, California, 2020.

Concord, California, 2020. | Vhines 200 / Flickr

La mascherina fashion risponde precisamente alla logica di “artificazione” (artialisation) per cui lo stile, impostosi come nuovo imperativo economico, incoraggia la consumazione di prodotti caratterizzati da una crescente ibridazione di esigenze industriali e design artistico. La mascherina di Mondrian o Darth Vader si emancipa dalla mera funzione sanitaria e differisce a un immaginario simbolico, configurandosi come una dichiarazione di stile, a tratti sincera, a tratti ironica. Siamo però lontani dal carnevale bakhtiniano, dove la maschera assume una funzione eversiva e apotropaica. All’opposto, la mascherina fashion obbedisce ai principi conformisti del mass customization (personalizzazione di massa), la strategia votata a preservare l’efficienza della produzione massificata mediante la personalizzazione dei prodotti di mercato. Celando l’omogeneità della funzione dietro la varietà delle forme, la mascherina fashion omologa il cliente con la promessa di distinguerlo. L’estetizzazione progressiva dei beni di consumo si traduce per il consumatore nella promessa di soddisfare il suo desiderio di unicità, assecondando una condizione che Lipovetsky e Serroy definiscono “iper-individualismo”: “Non più vivere e sacrificarsi per dei principi e dei beni all’infuori di sé, ma inventare sé stessi, darsi le proprie regole in vista di una vita bella, intensa, ricca di sensazioni e spettacoli” (Lipovetsky e Serroy 2013, 31).

California, 2020.

California, 2020. | Cory Doctorow / Flickr

Ma sarebbe semplicistico voler ricondurre il fenomeno delle mascherine fashion a mere logiche di mercato; i cappotti si vendono quando fa freddo. Forse non ha torto Maffesoli nell’indicare “l’estetizzazione della vita” come un tratto fondante della socialità contemporanea (Maffesoli 2017). Davanti al crollo delle ideologie tradizionali, il legame sociale si sviluppa in senso estetico, prima che etico. Sempre più raramente una persona si identifica in un sistema ideologico o religioso, assemblando piuttosto il profilo della propria identità attraverso esperienze estetiche condivise – sport, manifestazioni, giochi e videogiochi, concerti – o simboli di status – una bella automobile, una mascherina griffata. La perdita inesorabile del valore totemico dei simboli valoriali classici – la croce, il garofano rosso, la falce e il martello, il tricolore – lascia spazio a nuove forme di aggregazione liquida, condensate intorno a simboli di un immaginario collettivo che influenza le logiche del capitale almeno tanto quanto ne è influenzato. Perciò non deve sorprendere che anche la mascherina chirurgica sia stata risucchiata dall’inflazione estetica del capitalismo ipermoderno.

Latest Covid Trends.

Latest Covid Trends. | Gwydion M. Williams / Flickr

Ma l’estetizzazione in senso fashion delle mascherine chirurgiche offre anche uno spunto di riflessione antropologico legato alla progressiva scomparsa della morte, che da tempo ormai ha sostituito il sesso come principale tabù della nostra civiltà. Mai come nell’era contemporanea la morte è sottratta ai nostri occhi, confinata nelle camere asettiche degli ospedali, distillata dai cristalli liquidi degli schermi digitali. Se da una parte la televisione, il cinema, il web ci hanno abituato alla moltiplicazione delle rappresentazioni della morte, vere o inscenate che siano, dall’altra ne hanno paradossalmente attutito l’efferata potenza simbolica. Ci troviamo a essere ormai anestetizzati alla morte, in senso etimologico (an-aisthesis), incapaci di percepirla se non come ennesima spettacolarizzazione mediatica del reale o deriva esilarante di una poetica voyeurista (e pluribus unum, Quentin Tarantino). Per questo rimaniamo sconvolti quando la rappresentazione della morte ci arriva in purezza, senza il filtro rassicurante di un montaggio, come le immagini amatoriali di un bambino riverso sulla spiaggia di Bodrum o i camion militari in fila a Bergamo ripresi da uno smartphone. In questo senso gli inesauribili camouflage della mascherina chirurgica rappresentano, rispetto alla sua funzione primaria, un filtro ulteriore, un meta-mascheramento. La mascherina mascherata maschera qualcosa, e quel che maschera è la denotazione macabra che la richiede e la giustifica. La presenza della morte, immediatamente implicata dal manifestarsi della mascherina, è dissimulata nei suoi travestimenti.

Non è più il tempo di Troisi, che in “Non ci resta che piangere” (Roberto Benigni e Massimo Troisi, 1984) dal terrazzo rispondeva laconico “Mo’ me lo scrivo” a un predicatore che annunciava il suo memento mori. Il cinema di Troisi, intriso di ironica leggerezza, era consapevole della fragilità dell’umano. Noi questa ironica consapevolezza l’abbiamo smarrita nel luna park isterico dell’intrattenimento, quell’Entertainment languido e totalizzante cui allude il Foster Wallace di “Infinite Jest”, e in cui si assommano le pratiche condivise della nostra quotidianità estetizzata. La mascherina fashion si traduce allora nell’ennesima espressione di una oblivio mori, l’abbandono compiaciuto alla dimenticanza della nostra mortalità, che se da una parte ci risparmia pensieri difficili, dall’altra induce alla dissipazione del tempo nel villaggio globale dello shopping, dell’intrattenimento.

Francoforte, Germania, 2020.

Francoforte, Germania, 2020. | Mummery / Flickr

Per contro, dietro la mascherina fashion potrebbero nascondersi le fattezze dell’ironista, quella figura mitico-filosofica che fa capolino dagli scritti di Schlegel, Novalis, Kierkegaard, Rorty, e che proprio nell’esplorazione disinvolta dello spazio estetico del vivere trova le ragioni e le forze necessarie per elevarsi sopra le inesauribili difficoltà dell’esistenza. In altre parole, si tratta di avvalersi del connubio tra carnevale e capitale non per mascherarsi, ma per confrontarsi con la malattia, le paure, i dolori, i tabù, i limiti della nostra persona. In fondo anche persona, in latino, significa “maschera.”

 

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Fonti

Colebrook, Claire. Irony, Routledge, Londra e New York 2004

Lipovetsky, Gilles e Serroy, Jean. L’esthétisation du monde. Vivre à l'âge du capitalisme artiste, Gallimard, Parigi 2013. Del libro esiste una traduzione italiana: L’estetizzazione del mondo. Vivere nell’era del capitalismo artistico, Sellerio, Palermo 2017

Maffesoli, Michel. Nel vuoto delle apparenze. Per un’etica dell’estetica, Edizioni estemporanee, Roma 2017

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Rudi Capra

ha insegnato filosofia dell'Asia orientale alla NUI Galway, è ricercatore per l'Università di Macao, redattore e critico cinematografico per Ondacinema. Suoi testi di filosofia, letteratura, estetica e arti visive sono apparsi anche su Le parole e le cose, Dao, Digressioni. Ha pubblicato per Mimesis I flauti del cielo, una monografia sulla filosofia interculturale.

Pubblicato:
08-01-2021
Ultima modifica:
07-01-2021
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