Bloccare la carotide - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Arnold Amateur Mixed Martial Arts (MMA) Competition, Ohio, USA, 2010.
Arnold Amateur Mixed Martial Arts (MMA) Competition, Ohio, USA, 2010. | Copyright: fightlaunch / Flickr

Bloccare la carotide

Ovvero, come ho imparato a smettere di preoccuparmi e ad amare le Mixed Martial Arts.

Arnold Amateur Mixed Martial Arts (MMA) Competition, Ohio, USA, 2010. | Copyright: fightlaunch / Flickr
Stefano Trucco

(1962) ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX secolo (Aguaplano, 2019), e il racconto lungo 1958. Una storia dell'Età Atomica (Intermezzzi, 2018). Ha contribuito al romanzo collettivo TINA. Storie della Grande Estinzione (Aguaplano, 2020) e all'antologia di fantascienza NeXT-Streams. Visioni di realtà contigue (Kipple, 2018). Vive a Genova dove lavora come bibliotecario.

I.

Il ruolo delle Mixed Martial Arts, MMA, e della sua principale organizzazione, l'Ultimate Fighting Championship, UFC, nelle recenti elezioni americane è stato decisamente senza precedenti. Un intero sport al culmine della sua popolarità si è speso senza risparmio per la vittoria di uno dei due candidati, il Presidente Donald Trump, e ora è in qualche modo coinvolto nella sua sconfitta.
Di questo vorrei parlare e del perché l'MMA sia diventato così popolare e perché abbia deciso di correre un simile rischio che apre scenari incerti per il suo futuro.
Ma prima parliamo un po' di me. Di me e di come sono venuto a patti con le Mixed Martial Arts durante il lockdown di primavera.
Trascinato all'improvviso, come tutti, in una situazione senza precedenti, travolto da preoccupazioni e paure sia pubbliche che private, chiuso in casa, incapace per la prima volta nella vita di fare la cosa che so fare meglio, leggere, mi rifugiai nella mia terapia preferita: guardare gente che fa a botte.



Mai praticato uno sport da combattimento, nemmeno per scherzo; mai tirato un pugno dopo le elementari; in compenso sono un enciclopedia vivente del buon vecchio pugilato, lo sport principe del XX secolo insieme al calcio e anche lo sport Hollywoodiano e letterario per eccellenza. Il primo incontro che ricordo distintamente di aver visto in televisione fu la rivincita fra Nino Benvenuti e Carlos Monzon nel 1971 e da allora non ho più smesso. Aver visto passeggiare Marvin Hagler in Galleria a Milano, così, come se fosse un essere umano qualsiasi e non un dio, resta uno degli highlight emotivi della mia vita. Ero, per quanto può esserlo un convinto e imbelle non praticante, un esperto e un purista. Interesse per le arti marziali orientali: vicino allo zero.
Col tempo accettai anche altri sport da combattimento, come la kickboxing e la muay thai e anche la savate, piuttosto popolare dalle mie parti. Non erano come la boxe, certo, ma qui a Genova era decisamente più facile vederle dal vivo. Ho visto degli incontri di pugilato dal vivo ma per me la boxe è uno sport soprattutto televisivo e ora online.

Con l'MMA, fin da quando nacque negli anni Novanta, la mia reazione fu di netto e convinto rifiuto. Una palla. Non ci capivo nulla e tutto sommato non volevo capirci nulla. La lotta mi annoiava. Un wrestling che non faceva ridere. Sopratutto, si perdeva quella polarità in piedi/a terra che per me rappresentava il punto focale del pugilato e che anche Elias Canetti metteva al centro del suo discorso sul potere e la sopravvivenza.
Passano gli anni, la boxe diventa sempre meno popolare, specie negli Usa e in Italia, mentre l'MMA acquista sempre più pubblico, glamour e coolness – e io niente, rigido nel rifiuto. Gongolai quando nel 2017 Conor McGregor si fece mettere KO da Floyd Mayweather, pugile di un'antipatia unica ma indubbiamente un campione. Il trend, però, non cambiava.
Poi, appunto, in un momento di stress autentico, la decisione di andare a fondo alla cosa: dopo tutto si pestavano sul serio, questo era chiaro.

Full immersion su Youtube per un paio di mesi (dormivo malissimo, fra l'altro, quindi era proprio full). Incontri dei campioni più famosi, di oggi e di ieri, insieme, esattamente come faccio per il pugilato, a riunioni locali scelte a caso in posti tipo Austria, Australia, Argentina e Albania. Faccio attenzione sopratutto alla parte che non mi piace, la lotta o grappling. Consulto siti online ma, cartaceo come sono. mi procuro anche la 'Mixed Martial Arts for Dummies' – non ridete, l'autore è Frank Shamrock, uno dei grandissimi – e imparo a distinguere tutti i vari tipi di prese e il loro ruolo in combattimento (nota bene, tolgo sempre l'audio, non sopporto i commentatori).
Ovviamente, una volta che cominci a capire le tecniche cominci a divertirti.
Anche se forse "divertimento" non è proprio la parola giusta.
La parola giusta è "ansia".
L'MMA è l'arte marziale più ansiogena che conosca.
(Ma non avevi detto che era una specie di terapia? Sì, tipo vaccino).

Ci sono i round di cinque minuti, invece dei tre del pugilato, che sembrano non finire mai. C'è che quando vai giù per un colpo non hai quei pochi secondi di respiro per rialzarti ma è il momento di maggior pericolo, con l'avversario che cerca di finirti. C'è che le tecniche cambiano imprevedibilmente da un momento all'altro e l'incontro prende una direzione inspettata. C'è che i mezzi guanti non sono granché a proteggere le mani (che è il vero motivo per cui si usano i guanti) e non sono nemmeno adatti alla difesa come quelli pieni. C'è che fra un match e l'altro non puliscono il sangue dal tappeto (si limitano a spruzzarci del D5). C'è che gli atleti stanno spesso in piedi fra i round, cosa che nel pugilato succede molto più di rado. C'è il fatto che quello con le spalle a terra in realtà forse sta vincendo. C'è il fatto che spesso non capisco bene cosa è successo quando i due avversari sono a terra: "Hey, why did he tap?" "His leg was about to snap" "Oh, I see. Thank you".
Insomma, la pura IMPLACABILITA' di tutta la faccenda.
Intendiamoci, la cara vecchia boxe ha ancora il mio cuore – troppa storia e mitologia che l'MMA è ancora ben lontana dall'eguagliare – ma a questo punto mi sento più al passo coi tempi, anche se nel corso dell'articolo la userò come termine di paragone con la MMA piuttosto che le altri arti marziali. Avverto: il focus sarà quasi interamente statunitense.
E ora vediamo perché l'MMA sia al passo coi tempi, nel bene come nel male.

Khabib Nurmagomedov (destra) e Conor McGregor (sinistra), UFC 229, Las Vegas, USA, 2018.

Khabib Nurmagomedov (destra) e Conor McGregor (sinistra), UFC 229, Las Vegas, USA, 2018.


II.

Vengo da un cultura novecentesca storicista, per cui capire qualcosa è sostanzialmente farne la storia e ricrearne la genealogia, e quindi è quello che farò, il più sinteticamente possibile, identificando le linee generali della storia dell'MMA.
Come guida userò Daniele Bolelli, probabilmente l'unico storico e filosofo praticante che abbia un pagina con stats e record su Sherdog.com, in particolare il suo libro On the Warrior's Path [1] e il saggio How gladatorial Movies and Martial Arts Cinema influenced the development of the Ultimate Fighting Championship. Le citazioni vengono tutte da lì.
L'Ultimate Fighting Championship, oggi l'organizzazione dominante dello sport, nasce, in un certo senso, prima delle Mixed Martial Arts come oggi le conosciamo.
Nasce nel novembre 1993 a Denver, Colorado, con il primo torneo aperto a tutti gli sport di combattimento, dal sumo alla savate, dal pugilato al Brazilian Ju Jitsu (che si rivelerà essere la ragione di tutto l'evento), per stabilire quale fosse il 'migliore' – un tipico topos dei film di genere.

La connessione fra UFC e cinema fu centrale fin dal principio, tanto che a curare il look dell'evento fu il regista di Conan il Barbaro, John Milius e pare si debba a lui la decisione di far combattere i contendenti non in un tradizionale ring o su un tatami orientale ma in una gabbia ottagonale, altro tipico topos dei film di combattimento di serie B (in realtà voleva anche un fossato coi coccodrilli ma purtroppo non se ne fece nulla). Tipo, che i combattimenti potevano finire 'per sottomissione, knock out o anche morte' (come disse in televisione un executive dell'UFC) e quindi la gabbia serviva a proteggere gli spettatori dalla furia scatenata dei combattenti o qualcosa del genere.

Meno regole possibile, giusto il divieto di cavare gli occhi o i genitali: niente anti-doping, niente guanti, niente round, niente limiti di tempo, niente categorie di peso...
Il risultato di quella prima riunione fu al tempo stesso sorprendete e anticlimatico: vinse Royce Gracie, un marzialista brasiliano, la cui arte, il Brazilian Jiu Jitsu (BJJ), era basata sulla lotta a terra e pochissimo spettacolare. In effetti tutto l'evento serviva a legittimare il BJJ agli occhi degli americani, per cui gli sport da combattimento erano o occidentali, cioè americani, o orientali ma di certo non brasiliani. Un arte, come dire, decisamente post-coloniale, basata sull'interpretazione brasiliana dell'insegnamento di alcuni maestri giapponesi lì emigrati negli anni Venti del Novecento. Uno sport eminentemente pratico, in cui si privilegiava non solo la lotta a terra ma si evitavano pure le proiezioni tipiche del ju jitsu e dello judo.

Quel primo torneo e quelli immediatamente successivi dimostrarono che se lo striker – pugile o altro che fosse – non riusciva immediatamente a mettere fuori combattimento il lottatore una volta a terra non aveva alcuna possibilità. Le tecniche basata su calci volanti, molto popolari al cinema e fra gli insegnanti, erano peggio che inutili. Come disse uno dei commentatori di quella serata, l'ex star del football americano Jim Brown: "Quel che abbiamo imparato qui è che combattere non è quel che credevamo che fosse".

Successive edizioni dell'UFC ne ribadirono il successo: il pubblico americano si stava lasciando educare. Ma la reazioni furono violente. In parte da chi aveva puntato su altri sport da combattimento, in particolare dal mondo della boxe, dove gli stile da combattimento basati sulla lotta – uomini in mutande che si strusciano addosso l'un l'altro - venivano platealmente etichettati come 'gay' o 'porno'. Più seriamente l'enfasi sulla mancanza di regole e lo spirito gladiatoriale di tutto l'evento, basato sul 'selling blood and gore', per quanto efficace dal punto di vista promozionale, provocò un tipico panico morale con l'intervento di uomini politici pronti a sfruttare l'indignazione di gran parte del pubblico. Fra questi si distinse il Senatore e futuro candidato presidenziale Repubblicano John McCain che definì l'UFC "human cockfighting", combattimento di galli umano.

Card girls

Card girls | MartialArtsNomad.com / Flickr


Che poi... Non che l'MMA, allora come oggi, non sia un passatempo violento e potenzialmente dannoso, ma resta che la boxe, anche limitandoci agli ultimi vent'anni può contare su un numero di morti decisamente più alto dell'MMA, smentendo così la propaganda stessa della disciplina più giovane. A me fa venire in mente la distinzione che faceva McLuhan fra media 'caldi' e 'freddi': la concentrazione dei pugni e solo dei pugni (una cosa tanto scontata che ci si dimentica quanto possa essere pericolosa) esclusivamente sulla parte anteriore del busto e in particolare sul volto e in incontri di solito più lunghi di quelli dell'MMA, beh, è di gran lunga più devastante, proprio come la radio, questo medium così limitato a un solo senso e che oggi ci pare così innocuo, in mano ai dittatori totalitari del primo Novecento. Ok, questa è un'idea mia e forse un po' eccentrica ma il dato sulla maggiore pericolosità della boxe rispetto all'MMA resta valido [2]

Ora, è chiaro che il backlash moralista s'è rivelato molte volte più utile ai suoi bersagli che ai suoi promotori, ma quando John McCain divenne chairman del Comitato Senatoriale del Commercio, con responsabilità per le trasmissioni via cavo, cioè della principale piattaforma televisiva dell'UFC, potete immaginare che fece rapidamente seguire i fatti alle parole.
Il destino dell'UFC e delle MMA come sport di massa era decisamente in dubbio e si dovette correre ai ripari, agendo su due principali direttrici.
Accettare di regolare lo sport attraverso commissioni statali e quindi rendere le MMA pienamente legali. Introdurre nuove regole che le rendessero più simili agli sport da combattimento già regolamentati: quindi doping, quindi guanti (mezzi ma guanti), quindi round, quindi limiti di tempo, quindi categorie di peso...

Si ricorse per esempio a una tipica soluzione anni Zero, cioè un reality show per Spike TV, The Ultimate Fighter (2004), che ebbe molto successo con la tipica combinazione di staged e spontaneo del genere allora al suo zenith e fece molto per normalizzare la percezione dello sport.
L'altra principale direttrice fu quella di rendere lo sport più spettacolare. Così com'era aveva molto successo per una bella fetta di fan hardcore ma risultava ancora ostico e noioso per lo spettatore medio (io, per dire: quando mi capitava di vederne un esempio non resistevo più di un paio di minuti. Human cockfighting? Ma magari! Due palle!).
Secondo una dinamica vista più volte nell'intrattenimento americano la via per il successo era l'approvazione della classe media, per cui ci si doveva sottomettere ai suoi standard di gusto. Quindi regolamentazione, quindi rispettabilità, quindi spettacolarizzazione. La storia di Las Vegas, in pratica, che fa decisamente più soldi da quando diventa un posto quasi per famiglie e non più per gangster e swinger (cioè, l'avete visto il film di Scorsese, Casinò?).

La spettacolarizzazione passò quindi per un riequilibrio fra la componente striking e la componente wrestling con l'obbiettivo di intrattenere. Chuck Liddel, uno delle prime grandi star dell'UFC e coach di The Ultimate Fighter, definì il nuovo approccio come 'sprawl and brawl – cioè usare la lotta in maniera difensiva così da tenere il combattimento in piedi e usare i colpi per ottenere il ko'. L'UFC cominciò a spingere gli atleti a stili di combattimento più spettacolari, anche se la lotta restava una componente essenziale a cui il pubblico si stava pure abituando.
Il meccanismo principale, oltre a contratti più generosi per i pugili più spettacolari, era l'assegnazione di premi speciali per il 'knock out of the night' e altri incentivi monetari, tipo la borsa che raddoppiava in caso di vittoria. Insomma, quel tipo di incentivi che il pugilato aveva abbandonato all'incirca all'epoca della Prima Guerra Mondiale – non lo chiamavano 'prize fighting' per niente.
La strategia, chiaramente, funzionò e funziona ancor oggi.

Fra l'altro il cinema (e le fondamentali serie televisive), dopo aver dato tanto all'MMA ora prendono. Non solo serie dedicate come The Kingdom (2014-2017, con un sorprendentemente credibile Nick Jonas) o film come The Warrior (2011, con Tom Hardy) ma anche in film e serie di argomento gladiatorio e anche, se devo credere a Bolelli (ma sì, ho verificato), ne Le Due Torri (2002), uno dei film della trilogia del Signore degli Anelli, in cui Gollum (!) a un certo punto esegue una tecnicamente impeccabile 'rear naked choke', una delle prese più micidiali del repertorio, di quelle che limitano l'accesso di sangue al cervello bloccando la carotide.
Qualsiasi argomento, anche il più apparentemente modesto, a trattarlo sul serio richiederebbe volumi di almeno 1000 pagine e qui mi sono limitato a un paio di paginette disinvolte. Per esempio non ho detto nulla sulla lotta olimpica, così popolare nelle high school e college americani, che prima non aveva uno sbocco professionale – solo dei vecchi trofei impolverati sopra una mensola nell'open space al piano terra della safe suburban home - e ora ce l'ha con migliaia di idoli locali pronti a provare l'avventura nella gabbia.
Comunque, una cosa è certa: nelle parole del boss dell'UFC Dana White, il vero artefice del suo successo dell'MMA, "Dobbiamo molto ai film di gladiatori e arti marziali. Film e videogames ci hanno spianato la strada. Tutto quel che abbiamo fatto è portare la fiction nella realtà. Ma a giudicare da quel che vedo sugli schermi di recente abbiamo pagato il nostro debito, dato che ora sono loro a copiare noi".

Guerriere, 2010

Guerriere, 2010 | MartialArtsNomad.com / Flickr


III.

A proposito di temi vasti e inesauribili, che richiederebbero un'intera antropologia, vorrei spendere un po' di spazio sulle motivazioni di chi pratica l'MMA ma anche un qualsiasi sport da combattimento a contatto in genere. Le motivazioni, come dire, della violenza non immediatamente pratica, che a pensarci possono essere infinite e quindi misteriose.
Dopotutto gli sport da combattimento fanno male, a volte molto male (dicevamo prima dei morti ma non dimentichiamo la possibilità di danni permanenti, fosse solo un volto devastato) ma non solo: trattandosi di sport individuali oltre il danno fisico c'è l'umiliazione psicologica della sconfitta che può essere ben più pesante di altri sport, specie quelli di squadra (dove di solito la responsabilità è condivisa) o quelli con numerosi partecipanti individuali come il ciclismo, dove 1 solo vince e il gruppo perde). Si viene dolorosamente sconfitti in pubblico in una delle situazioni più archetipe della storia umana, quella della lotta fra due uomini (e sempre più frequentemente anche donne), armati o disarmati ma comunque soli con se stessi. Non è solo che si perde; si viene proprio sconfitti.
(Ci va vicino il tennis, dove però almeno non c'è la violenza).

Il buon senso popolare ci suggerisce, come per tutto, i 'soldi' come spiegazione. Sì, i soldi contano sempre ma in realtà no, specie oggi. Torneremo sul tema in dettaglio un po' più in là per scoprire che i soldi contano, sia pure in un senso un po' diverso, ma diciamo subito che, eccetto ai livelli più alti, di soldi per gli atleti negli sport da combattimento ne girano davvero pochi. In Italia non ne parliamo (dite a un pugile italiano 'professionista' che lo fa per soldi – già, diteglielo e vediamo che succede) ma anche negli Usa la situazione è di poco migliore. Non c'è una ratio sensatamente utilitaristica fra i guadagni possibili e i rischi certi.
Le motivazioni sono tante – vanità, specie maschile, terapia (gli sport da combattimento costano meno di psichiatri e psicanalisti), desiderio mimetico, peer pressure, fama in quanto tale, ricerca di se stessi, necessità di dare un ordine alla propria vita etc – ma praticamente tutte, come si diceva un tempo, post-materialistiche.

I libri di Daniele Bolelli sulle arti marziali, pur tecnicamente molti precisi, sono essenzialmente ragionamenti sulle motivazioni. "Combattere mi ha sempre spaventato a morte. E proprio per questo ho speso una bella fetta della mia vita a farlo." [2]
Per Bolelli la posta è bella alta. 'Fin da quando riesco a ricordare, ho sempre sentito che la responsabilità di ogni essere umano che abbia rispetto per se stesso sia quella di diventare un eroe'. Se la paura e la necessità di affrontarla sono, come anch'io credo che siano, elementi centrale del nostro rapporto col mondo, allora è un opzione sensata pensare che 'poche attività, in pratica, ti costringono a fronteggiare le tue paure come combattere contro qualcuno deciso a staccare la tua testa dal resto del corpo'.
Per me questo basterebbe (e considero il grande errore della mia vita non aver provato a praticare quando potevo) ma ho comunque chiesto un po' in giro (traduzioni mie; originali a richiesta).

Dante Schiro, un fighter MMA di Madison, Wisconsin, piuttosto forte e assurdamente carismatico, è convinto che l'MMA sia il suo destino. "Che la piattaforma che ho costruito finora mi serva per diffondere positività, provvedere per la mia famiglia, ispirare e dare uno scopo alla mia vita, e tutto questo per rendere gloria a Dio".

Sovvannahry Em, una fighter (e illustratrice) della zona di Los Angeles di origini cambogiani vive la sua carriera MMA come un'avventura: "Da principio l'ho vista come un'avventura da sperimentare. Ho finito per considerarlo un veicolo di crescita personale; per conoscere il mio carattere, per vedere di cosa sono fatta. Ed è anche un bel contrasto al mio normale stile di vita tranquillo e rilassato. Nulla ti aiuta a mettere alla prova la vita quanto l'essere chiusa in una gabbia con qualcuno allenato a farti fuori. Amo questa sensazione. L'eccitazione. La concentrazione intensa. La crudezza animale. La sensazione di essere vivi."

Marco D'Elia, 23 anni, di Peschiera del Garda (sì, lo so che Madison e Los Angeles sono più glamour ma esiste anche l'Italia, sapete?), uno di quegli odiosi influencer che di solito evito ma questo legge tantissimo e quindi è simpatico, ha deciso di mettersi alla prova con l'MMA, con l'obbiettivo di arrivare a combattere almeno un vero e proprio incontro nella gabbia, senza farne una carriera. Il fisico ce l'ha, ma viene dal nuoto agonistico. “Credo fortemente che ognuno di noi abbia dentro di se almeno un briciolo di insicurezza ed imbarazzo nell'approcciarsi agli altri, cosa che si può combattere con l'esperienza, e penso che l'esperienza migliore sia dunque farlo di petto con uno sport da combattimento. Imparare ed abituarsi al contatto fisico, al ricevere e dare dolore, al saper resistere e sorpassare i propri limiti, al lottare uno contro l'altro. Quando ci si abitua, non solo il proprio corpo migliora e si impara a combattere e a difendersi, ma anche la propria mente risulta più calma e sicura, soprattutto nell'approccio con gli altri”.

Insomma, direi che il punto è questo. E già che ci siamo è il caso di toccare brevemente su un tema collegato e cioè quanto sia UTILE l'MMA (ma qualsiasi sport da combattimento) in situazioni di combattimento "vere", casuali, non concordate né regolate? La risposta sensata sembra essere no: per Bolelli un combattimento per strada è assolutamente il posto peggiore per mettere alla prova le skill imparate in palestra o nella gabbia mentre per Schiro comunque la fiducia in se stessi e nella propria capacità di padroneggiare una situazione di violenza caotica che si acquista nella pratica sportiva è decisiva. Per Bolelli la vera utilità degli sport da combattimento sta nell'attitudine mentale che aiuta a costruire per affrontare i veri momenti difficili della vita (in fondo fare a botte per strada è molto raro, se non te lo vai a cercare).

Come diceva all'inizio del Novecento il filosofo francese Alain, "che cos'è l'odio, se non il pensiero di dare un'infinità di pugni senza darne uno soltanto?"
Però è il caso di ricordare il momento recente in cui il grosso del pubblico italiano ha scoperto l'MMA e non nel miglior modo possibile, cioè l'omicidio di Willy Monteiro avvenuto pochi mesi fa a Colleferro a opera di un gruppo di persone di cui facevano parte due marzialisti e fighter MMA, i fratelli Bianchi. Benchè la popolarità dell'MMA in Italia sia in viva e rapida ascesa, è in fondo ancora una cosa abbastanza misteriosa e inquietante per il grosso pubblico e alcuni giornalisti mainstream abituati a non cogliere mai il punto delle cose ne hanno approfittato, con un paio di decenni di ritardo rispetto a John McCain, per farne il capro espiatorio della vicenda e chiederne l'abolizione.

Le risposte sono state ovvie e numerose: in fondo si tratta di una semplice tecnica di difesa, non si può criminalizzare uno sport e la maggior parte dei praticanti sono ovviamente del tutto onesti e anzi la pratica marziale aiuta a conquistare la necessaria autodisciplina e rispetto di sé.. In effetti lo dissi anch'io perchè è vero. Ma non è tutto.
A parte il fatto che chiaramente con i fratelli Bianchi non aveva funzionato (e con una minoranza di altri pugili e palestre coinvolti in fatti di cronaca nera) c'è un problema che a me pare più sostanziale.
La mia personalissima opinione è che il training nel combattimento corpo a corpo non sia una semplice tecnica che si può 'usare' più o meno bene. Per dire, portare con sé una pistola può cambiare il nostro approccio con il mondo e gli altri ma una pistola, in fondo, qualcosa di 'staccabile' e se non ce l'abbiamo l'approccio cambia. Una pratica marziale seria invece va a fondo nella persona, modella le nostre reazioni fino ai muscoli e ai nervi e non si stacca cosi facilmente.

E non è affatto certo che ci migliori o che, come sostenevano i giornalisti mainstream, ci peggiori. Fa un'altra cosa.
Il più grande scrittore americano vivente, Robert Caro, dice spesso che il potere può indubbiamente corrompere ma quello che fa sicuramente sempre è rivelare la natura di chi lo ottiene, e qualcosa di simile si può dire degli sport da combattimento.
E questo ci porta finalmente a quello che avrebbe dovuto essere il punto di tutta la faccenda, il ruolo politico dell'UFC e dell'MMA nella recente campagna elettorale americana.

Dante Schiro

Dante Schiro | Dante Schiro


IV.

 

L'impegno dell'UFC e di gran parte dei suoi fighter a sostegno della campagna per la rielezione di Donald Trump è difficile da negare. La posizione dell'UFC è ufficialmente neutrale – "i pugili hanno diritto a esprimere la loro opinione" – ma il suo boss, Dana White, è stato ospite alla Casa Bianca e ha parlato a favore di Trump sia alla Convention repubblicana che in numerosi comizi, oltre ovviamente a aver contribuito fondi per la campagna.
In ottobre Colby Covington – un pugile noto per le sue posizioni esplicitamente alt.right e razziste – dopo aver vinto un incontro per il titolo ha improvvisato lì nell'ottagono un discorso di sostegno per il Presidente, dove ha attaccato il candidato democratico come "Sleepy Joe" (una delle linee di attacco preferite contro Biden, il confronto fra la sua debolezza senile e la "Dragon Energy", come l'ha definita Kanye West, del Presidente) ma anche LeBron James e il suo attivismo "woke", un altro termine dispregiativo per i militanti di sinistra negli Usa. Poco dopo, mentre lo intervistavano, Covington è stato chiamato in diretta dal Presidente.
Un'altra importante figura legata al mondo dell'MMA che ha sostenuto Trump è Joe Rogan, un popolarissimo commentatore e podcaster che nelle sue trasmissioni ha spesso insistito sulla debolezza mentale di Biden.

Probabilmente ancor più importante è stato l'appoggio a Trump di alcuni noti fighter latino-americani, in prevalenza cubani della Florida, fra cui Jorge Masvidal, che ha partecipato insieme al figlio del Presidente, Donald Trump jr e a altri atleti a un tour di "Fighters against socialism". Fra i bersagli preferiti di Masvidal c'è il quarterback dell'NFL Colin Kaepernick reo di aver indossato una di quelle classiche t-shirt con Che Guevara che immagino nessuno di noi si sognerebbe di indossare nemmeno morto (beh, parlo per me) ma che ai cubani della Florida fanno un pessimo effetto. Secondo alcuni analisti politici l'impegno di Masvidal e altri fighter avrebbe aiutato a compattare il voto cubano, recentemente un po' meno repubblicano del solito, a favore di Trump permettendogli di vincere la Florida, un importantissimo swing state.

Prendo queste notizie da un articolo di Politico.com del 29 ottobre scorso, cioè pochi giorni prima dell'elezione. L'autore, Marc Caputo, speculava come l'impegno senza precedenti di un intero sport popolare soprattutto fra i maschi sotto i 35 anni potesse aiutare il Presidente a fare breccia quella critica fascia demografica. Questo pare non sia successo e il voto giovanile, oltre a essere molto aumentato dal 2016, ha favorito decisamente "Sleepy Joe" Biden. So much for "Dragon Energy".
Fra l'altro ci sarebbe da parlare di un aspetto ancor più preoccupante dell'impegno dei fighter MMA per Trump e cioè l'entusiastico supporto di molti di loro, Covington e Masvidal in testa, per la teoria cospirativa Qanon, molto popolare nella base del Partito Repubblicano, secondo la quale una Cabala di vampiri succhiasangue venuti dallo spazio che controllano il Partito Democratico, Hollywood, la Cina e il cosiddetto 'Deep State' rapisce ogni anno milioni di bambini in tutto il mondo e li tiene prigionieri in vaste caverne sotterranee per trarne l'adrenocromo necessario all'immortalità...

Durante le proteste seguite all'omicidio di George Floyd, Dana White offrì di formare squadre di fighter da affiancare alla polizia per spazzare dalle strade 'rioters and looters' e soprattutto i pericolosissimi 'Antifa'. Vi furono vari episodi di fighter e palestre che lo fecero sul serio ma senza apprezzabili risultati sul campo.

Come spiegare la cosa? La mia opinione è che i soldi, che prima ho esplicitamente escluso come principale motivazione dei praticanti, qui contino non poco. Ma prima di affrontare l'argomento ci sono un paio d'altre cose da notare.
Nell'aprile del 2019 il sito Ultimouomo.com ha intervistato sull'MMA il sociologo Alessandro Dal Lago che si è rivelato sorprendentemente ben informato sull'argomento. Dal Lago ha spiegato la crescente popolarità dello sport con i processi di militarizzazione e di crescente accettazione della violenza nelle società occidentale, pur mettendo in chiaro che questa spettacolarizzazione della violenza va di pari passo con la regolamentazione della violenza stessa, come abbiamo visto più sopra. Respingendo l'ipotesi che vede nell'ascesa dell'MMA l'ennesima reazione contro il "politically correct" (aridaje...) Dal Lago identifica piuttosto una reazione "contro i processi di de-individualizzazione che oggi sono diffusissimi. Questo è interessante: il mettersi alla prova – sia uomini che donne, nello sport, nel sesso – è diventato un elemento dominante. E l’aspetto essenziale è l’individualismo secondo me". Dal Lago identifica anche nell'MMA il ritorno dello spettacolo gladiatorio che abbiamo visto prima come strategia promozionale dell'UFC e ritiene che certi sport, anche quando siano visti e praticati da "sinistra", siano naturaliter di "destra": "Uno può dire: noi organizziamo incontri di boxe per insegnare ai giovani a gestire la violenza. Però sempre di violenza si tratta, e le culture politiche che esaltano la violenza individuale sono di destra".

Il filosofo genovese Simone Regazzoni contesta piuttosto recisamente tutto l'atteggiamento di Dal Lago. Un suo libro recente, La palestra di Platone (Ponte alle Grazie, 2020), si basa sul fatto che il vero nome di Platone era Aristocle e che il soprannome di Platone, "dalle spalle larghe", viene dalla sua partecipazione alle Olimpiadi (o ai giochi istmici) proprio nel pancrazio, la combinazione di pugilato e lotta che può essere vista come l'antico progenitore dell'MMA, e che nella sua filosofia era stretta la connessione fra 'palestra' nel senso sportivo e anche marzialistico del termine, e ricerca filosofica. Il libro ha le sue criticità ma il mio lato oscuro non ha difficoltà a accettare la tesi di fondo. Rispondendo direttamente a Dal Lago, Regazzoni afferma, in difesa dell'MMA (che fra l'altro pratica) e degli altri sport da combattimento, che 'non sono il semplice riflesso delle guerre, forme di legittimazione della violenza incontrollata e brutale: sono piuttosto il più potente tentativo atletico-somatico contemporaneo di fare i conti, dandole una forma, con la pulsione a combattere o di aggressività che ogni soggetto porta con sé'.
D'accordo, ma fino a un certo punto: se la tesi di Dal Lago mi pare debole quella di Regazzoni non spiega i fratelli Bianchi né i 'Fighters against socialism' e la credenza in Qanon di tanti praticanti americani.
Personalmente sospetto che c'entri un nostro vecchio amico che ci fa compagnia fin dalla nascita. Come ha detto un'altra leggenda dell'UFC, Pat Miletich, 'Trump è stato dalla nostra parte quando non lo era nessuno. Combattere è naturalmente capitalista, quindi il mindset è lo stesso'.

"Fight Night for Heroes," evento di MMA tenuto alla base statunitense di Mosul, Iraq, 2009. | The U.S. Army / Flickr


IV.

Nel 2000 il Congresso degli Stati Uniti passa il Muhammad Alì Boxing Reform Act (meglio conosciuto come Alì Act) che mirava a difendere i pugili dalle pratiche scorrette di manager e promoter. Non li sindacalizzava certo, a differenza dei maggiori sport di squadra; i pugili restavano, come dire, "partita Iva", ma in una situazione di maggiore trasparenza e garanzie legali in caso di contenzioso. Il principale sponsor della legge fu il Senatore McCain, che abbiamo visto prima come fiero avversario dell'MMA.
La legge, guarda caso, non copre l'MMA e gli altri sport da combattimento.

Uno dei più interessanti candidati alla primarie democratiche di quest'anno, il milionario hi-tech Andrew Yang, aveva l'estensione dell'Alì Act all'MMA fra i suoi punti programmatici. Potete immaginare come l'abbia presa l'UFC.
Perché il fatto è che, malgrado la boxe sia in declino e l'MMA in ascesa e al centro di un giro d'affari maggiore, i pugili tradizionali guadagnano decisamente di più dei fighter MMA. Ai livelli più alti delle due discipline la differenza è enorme; scendendo il dislivello si appiattisce ma non scompare: i pugili guadagnano in media più dei fighter, anche togliendo dal conto le incredibili borse di Mayweather e degli altri pugili più famosi.

I motivi sono vari, anche se quello più importante è probabilmente la condizione di quasi-monopolio dell'UFC sullo sport (i concorrenti – Bellator, One, Strikeforce etc – coprono circa il 20% del mercato) che gli permette di sottopagare gli atleti. Del resto questi sembrano felicissimi di baciare le loro catene e mostrarle con orgoglio ai media. L'UFC decide chi combatte spesso e chi no, decide le borse, decide gli sponsor etc con un potere diretto sugli atleti che non ha paragoni negli altri sport americani.
E l'amministrazione Trump, con tutte le chiacchiere che si sentono sul neo-liberismo dei democratici, ha preso sempre la parte dei datori di lavoro nelle dispute sindacali arrivate al National Labor Relations Board, e perciò anche dell'UFC nella sua disputa con la fighter Leslie Smith nel 2018. Fin qui, tutto molto semplice.

"La triste verità è che la maggior parte dei fighter MMA guadagna meno dei pugili, e il pugilato è uno sport che ha una lunga e terribile storia di pugili ridotti in miseria. La verità ancor più triste è che il meglio che i fighter MMA possono sperare è di essere trattati come i pugili."
Un po' troppo semplice?

Il pugilato tradizionale fu davvero lo sport del XX secolo. Specie nella prima metà del secolo non aveva rivali. Non per niente era lo sport cinematografico per eccellenza, benché abbia lasciato tracce non da poco sia in letteratura che in pittura e scultura. Era lo sport più metaforico e archetipico che si potesse immaginare. Era un sport decisamente proletario ma entusiasticamente seguito tanto dall'elite che dalle classi medie ed è stato così fino almeno agli anni Settanta, quando comincia il declino, anche se la popolarità resta forte fino agli anni Novanta e a Mike Tyson.

Malgrado l'opinione di Dal Lago non era nemmeno uno sport automaticamente di destra, anzi. A parte i trionfi olimpici di Cuba e Unione Sovietica, si potrebbe ricordare come in occasioni diverse pugili come Muhammad Alì, Joe Louis e Marcel Cerdan siano stati icone di movimenti democratici o anche rivoluzionari (e permettetemi di citare il nostro Lenny 'Mangusta' Bottai).
Ha un senso che l'Alì Act, un pallido ricordo delle politiche socialdemocratiche dominanti fino a pochi decenni prima, riguardi proprio lo sport Novecentesco per eccellenza.

Aaron Chin

Aaron Chin | MartialArtsNomad.com / Flickr


Con l'MMA siamo in pieno XXI secolo.
Considerate un fatto: il pugilato tradizionale nasce dal basso, a pratica diffusa, un processo lungo e articolato, direi persino organico, mentre l'MMA nasce decisamente dall'alto, da una costruzione spettacolare voluta i cui autori hanno nomi e cognomi. Top down approach, come si dice.

Un articolo del 2008 su Bloodyelbow.com notava in dettaglio le differenti demografie dei praticanti e dei fan dei due sport: “Nella maggior parte delle comunità urbane e working class negli USA è ancora facile trovare palestre di boxe non troppo costose. Trovare un palestra di pura boxe in un vicinato americano di classe medio-alta è virtualmente impossibile. In confonto, le palestre MMA stanno spuntando in praticamente ogni suburb d'America e la quota mensile di chi vuole imparare le varie discipline che formano l'MMA è spesso superiore ai 200$”.

Non c'è certo bisogno di citare fonti autorevoli per riconoscere nelle pratiche dell'UFC il nostro caro capitalismo moderno, quello in cui il lavoro è sempre meno garantito e la forbice fra i redditi dei lavoratori e dei datori di lavoro si allarga sempre di più e la gestione delle condizioni di lavoro è sempre unilaterale.

Dicevamo prima come le motivazioni dei praticanti di MMA fossero sempre più post-materialistiche, visti anche i modesti compensi che se ne poteva trarre rispetto ai rischi. Nell'epoca d'oro del pugilato non è che questi valori fossero del tutto assenti ma si inserivano in una pratica diffusa che faceva sì che quello del pugile fosse un vero e proprio 'lavoro', un lavoro con cui si poteva vivere, magari non benissimo ma vivere. Insomma, la motivazione economica era forte e quante volte l'abbiamo vista in film e biografie, come un mezzo per uscire dalla 'strada' e farsi una vita?

Si potrebbe quindi parlare di motivazioni "valoriali", per non dire spirituali, tanto che certi studiosi hanno seriamente proposto che l'MMA corrisponda, almeno in questa fase storica, ai valori di classe media dominanti negli USA più del pugilato o degli altri sport di squadra, e questi valori, oggi, sono decisamente favorevoli allo sfruttamento dell'uomo sull'uomo in nome dell'autorealizzazione personale.

Amen. Diciamo che la natura archetipica dell'MMA come del pugilato e di altri sport simili, tanto profonda da essere fin superficiale, tanto essenziale e mitica che voluta a livello spettacolare-imprenditoriale, unita a quel narcisismo senza il quale è impossibile anche solo provarci, vive anche nel suo innesto su una realtà pesantemente materiale di scambi economici e relazioni di potere e che dove è diverso è il frame materiale diverso diventa il condizionamento e i pugili dell'MMA non solo hanno poche possibilità di scelta ma in un certo senso finiscono per essere costretti a fare propri gli scopi dell'organizzazione, proprio per motivi strettamente individuali di immagine del sé, in cui è fondamentale ridurre la dissonanza cognitiva.

Questo è quanto. Non so quanto luce sia riuscito a fare sul tema, dato che non ho precisamente una mente speculativa. Un truismo da romanziere (ma non solo) è che non esistono persone semplici e i fighter MMA in questo non sono diversi dagli altri. Del resto, se abbiamo notato come molti di loro oggi negli USA si riconoscano in una posizione politica comune come lo spieghiamo Jeff Monson, una star americana dell'UFC pacifista e anarco-comunista che ha trovato la sua nuova patria nella Russia di Putin? Vero, eh?

 

 

Note

1 2008. Edizione italiana Per un cuore da guerriero. Le arti marziali, la filosofia e Bruce Lee (add, 2015). Una prima versione del libro uscì in italiano nel 1996 per Castelvecchi col titolo La tenera arte del guerriero. Arti marziali, combattimento e spiritualità nell'immaginario contemporaneo. Bolelli vive da tempo negli USA.

2 Not Afraid. On fear, heartbreak, raising a baby girl, and cage fighting (2015), vergognosamente inedito in Italia.

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USA - 2020
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Stefano Trucco

(1962) ha pubblicato i romanzi Fight Night (Bompiani, 2014) e Il Gran Bazar del XX secolo (Aguaplano, 2019), e il racconto lungo 1958. Una storia dell'Età Atomica (Intermezzzi, 2018). Ha contribuito al romanzo collettivo TINA. Storie della Grande Estinzione (Aguaplano, 2020) e all'antologia di fantascienza NeXT-Streams. Visioni di realtà contigue (Kipple, 2018). Vive a Genova dove lavora come bibliotecario.

Pubblicato:
21-12-2020
Ultima modifica:
17-12-2020
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