Magia e mito della post-verità - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Abstract creature
Abstract creature | Copyright: Claudia Dea / Flickr

Magia e mito della post-verità

Navigare nell'immaginario e fondare nuovi orizzonti di senso, attraverso la brillante opera di Joseph Campbell.

Abstract creature | Copyright: Claudia Dea / Flickr
Alessandro Mazzi

è filosofo, editor e traduttore editoriale. Scrive per diverse testate. Ha pubblicato racconti in TINA. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020) e sulla rivista Axolotl. Ha tradotto Più brillante del sole (Not, 2021). Si occupa di filosofie orientali, immaginario, studi sul sacro, antropologia, religioni, mitologia e spiritualità.

La capacità dell’immaginazione di plasmare il reale e generare cosmografie mitologiche affonda le sue radici nella definizione di magia. L’immaginazione umana si è formata nella convivenza costante con l’ignoto, incentivata dalla complessità del mondo a trarre dall’invisibile immagini spirituali che possano tracciare degli orizzonti guida. In Storia della magia l’antropologo Chris Gosden definisce la magia l’esperienza immediata del mondo connaturata alla storia umana, seguendo un filone dove il sorgere di riti, religioni e correnti spirituali più definite si accompagna man mano alla crescita di civiltà più specializzate. Dalla magia preistorica alle pratiche sciamaniche, Gosden nota che l’esperienza magica non è puramente trascendente ma un esercizio continuo di essere nel mondo. «La magia incoraggia una visione olistica degli esseri umani, collegandoli al pianeta attraverso relazioni di carattere pratico e morale», dalla dimensione magica si dipana il tessuto con cui formuliamo i miti, elaboriamo l’etica e inscriviamo le sfere culturali. Per il primitivo l’intero mondo è sede di un mistero sacro, gli animali dipinti sulle pareti rocciose delle caverne, dove venivano svolti i primi riti di iniziazione, sono messaggeri delle forze vitali che risiedono al di là della pietra.

La magia consiste nella realizzazione metafisica per cui le cose e gli esseri viventi non esistono di per sé, ma si influenzano e relazionano a vicenda su più piani di realtà e livelli di significato. Il magico esce dalla logica aristotelica per cui A non può essere B, spezza la linearità temporale e abbandona le categorie di spazio e tempo con cui la coscienza regola kantianamente il proprio orizzonte. Al di là di questa soglia ci si immerge in un oceano ignoto che non è caratterizzato da concetti, sistemi di pensiero o idee, ma da mitologie, presenze spirituali e cosmopoiesi poetiche. Si tratta di una dimensione che Henry Corbin ha chiamato il mundus imaginalis, terra interiore ed esteriore al contempo «di accadimenti perfettamente reali, ma di una realtà non percettibile attraverso i sensi nè nel mondo dei sensi». È la dimora del divino, a cavallo tra il sensibile e l’onirico, che nelle comunità non moderne è appannaggio degli sciamani, dei divinatori e maghi saper navigare. L’immaginale è un’immaginazione estatica che ha vita propria e si sviluppa indipendentemente dalla nostra volontà.

Nell’ottica di Gosden la magia non è mai scomparsa, si è solo adattata in ogni epoca al tipo di società che veniva a formarsi. Nella civiltà moderna urbanizzata l’azione magica si trasmette nello spazio digitale, ibridandosi con la tecnologia. Ne Il ramo d’oro James Frazer però ricalca che la forza magica è un potere in grado di controllare la realtà, venendo adoperato da taluni maghi per dominare la psiche altrui, e solo l’esperienza del mago permette di arginarne gli effetti. Toccando le corde più esoteriche del deep fake, Gary Lackman nel suo La stella nera. Magia e potere nell’era di Trump conferma la pervasività del medium virtuale nel diffondersi di fenomeni magici che dominano e plasmano la percezione della realtà esterna. Analizzando il complottismo di estrema destra emerso durante il mandato di Trump e oggi radicatosi nella setta QAnon, Lackman evidenzia il ruolo taumaturgico dei meme nel farsi veicoli simbolici di forze caotiche. Fervidi seguagi della Chaos magick, i sostenitori di Trump impastano un miscuglio di teoria evoliana e pensiero positivo per manipolare le narrazioni mediatiche che li coinvolgono, in un delirio di volontà di potenza. "Il mago del caos predilige un approccio creativo 'fai da te' che favorisce l’immaginazione e l’iniziativa personale del mago, ovvero la sua abilità di improvvisare. Invece di porre troppa attenzione alle bacchette magiche, alle campanelle e all’incenso, e a ricordare il nome perfetto di quel demone specifico, chi pratica la Chaos magick usa qualsiasi cosa sia a portata di mano. Oggi, per esempio, i meme che si propagano su internet. Per loro, e per molti altri occultisti contemporanei, internet ha la stessa funzione del 'piano astrale' usato dai maghi tradizionali: è come un etere psichico in grado di trasmettere i propri propositi. Ci troviamo di fronte a un caso di meme magick quando qualcosa creato su internet contagia il 'mondo reale' e lo modifica."

Il piano astrale simulato non è però totalmente identico al piano astrale spirituale, perché anche se l’incisività del medium corrobora le risposte psichiche degli utenti, la sua natura simulatoria mantiene una prospettiva panottica che separa l’ideatore e l’oggetto, permettendo al primo di agire senza essere coinvolto nella sua azione. L’anonimia del famoso utente Q che ha dato inizio al complottismo alienante di QAnon ne è un chiaro esempio. L’infosfera mima la caverna preistorica ma riduce i simboli memetici a segni, e come pure ha notato Tommaso Guariento, l’immaginario delle teorie del complotto assume così l’aspetto di un metaverso videoludico dove l’immaginale viene gamificato in una serie di indizi per essere asservito a uno scopo. Il problema che sorge con le immagini digitali è che uniscono la pervasività del simbolo sacro alla riduzione dell’immagine a segno rappresentativo. Invece di generare icone sacre o evocare esperienze di picco maslowiane, innescando una trasformazione della coscienza, il simbolo digitale può essere rielaborato ad infinitum da chiunque, con la conseguenza che qualsiasi principio di mitologia così narrata muore nel momento in cui nasce e viene ridotta a semplice storytelling o intrattenimento.

Chris Gosden

Chris Gosden

Queste conseguenze sono state possibili perché la società postmoderna ha assolutizzato la famosa espressione di Goethe «Tutte le cose sono metafore». Molti secoli prima, il Buddha aveva insegnato la stessa cosa. Che tutte le cose sono metafore è una realizzazione tanto potente quanto disarmante, comporta a un tempo confusione e liberazione a seconda del modo in cui viene attinta. Uno yogin che attinge all’unità delle cose e all’intrinseca vacuità di senso delle rappresentazioni seguendo una pratica ascetica può contare sull’eventuale aiuto di un guru o di un riferimento per non cadere vittima della. La post-verità invece, essendo figlia del materialismo storico e del famoso mantra di Krishnamurti no guru, no method, no teacher degli anni ’60, non si è mai preoccupata di reistituire le iniziazioni al sacro, riscoprire la dimensione magica e dotare i suoi abitanti del discernimento necessario a orientarsi su piani immaginali senza intermediazioni. Al più si è limitata a estremizzare nichilisticamente l’assenza di significato intrinseco al reale con spirito iconoclasta.

Se oggi le visioni del mondo ci sembrano così dilaniate tra bolle complottiste, appropriazioni culturali, negazionismi, fake news e feticismi simbolici, è dato dal fatto che l’opera di distruzione delle rappresentazioni è avvenuta in una società urbana, che ha perduto nel corso di secoli la capacità immediata di relazionarsi con il mondo immaginale. A partire dalla nascita delle prime città, ci dice Oswald Spengler ne Il tramonto dell’Occidente, il mondo è stato scisso in interno ed esterno. Le comunità umane sono state vittime della forza magica alienante della città e della progressiva riduzione di un apparato sapienziale, iniziatico e rituale, nonché dell’esercizio diretto di poter immaginare autenticamente la realtà. Questa pratica non è solo uno dei capisaldi delle origini preistoriche della magia, ma è ancora presente nei popoli indigeni i cui villaggi si trovano immersi nella foresta amazzonica o nel deserto australiano. Le testimonianze amerindie riportate da Philippe Descola in Oltre natura e cultura riprendono proprio che coinvolti nell’immediato pericolo di un morso di serpente, gli abitanti e lo sciamano del villaggio iniziano a chiedersi il motivo di tale gesto, perché «le scimmie lanose, i tucani, le scimmie urlatrici, tutti quelli che uccidiamo per mangiare sono persone come noi» che «parlano fra loro, ascoltano quello che diciamo, si sposano come stabilito».

L’immediata vicinanza con ciò che la modernità ha esorcizzato nel termine “natura” e i rapporti con i non umani costringono a tenere viva l’intermediazione su piani magici. La civiltà urbana invece, essendosi arroccata amnioticamente nelle grandi città, ha finito per subire un effetto compensatorio della complessità sotto forma di rappresentazioni simulate nello spazio virtuale, esemplarmente tratteggiato da Jean Baudrillard nel suo Simulacri e simulazioni. L’overdose di immagini è tanto asfissiante quanto la loro assenza, ma la loro natura di simulacri non permette di attingere la saggezza ermeneutica in grado di comprendere i livelli di significato dei contesti simbolici. Non solo Baudrillard riprende l’urbanizzazione come una delle cause principali dell’alienazione immaginaria a cui rispondono i simulacri, ma traccia anche diversi gradi di verità per ogni tipo di rappresentazione. Se nel primo grado il segno è il riflesso fedele di una verità profonda, oggi ci troviamo nell’iperrealismo, cioè i segni non si riferiscono a verità sacre ma ad altri segni artificiali dove le immagini sono tutte considerate sullo stesso piano e interscambiabili. Tuttavia ne Le parole e le cose Michel Foucault considera che ogni epoca sia contraddistinta da epistemi, cioè modi di pensiero che determinano in ogni periodo storico quali idee è possibile affermare come vere. Perciò nonostante siamo in un regime iperreale, se cerchiamo gli epistemi oggi possiamo ritrovarli nei riferimenti sempiterni della mitologia.

In questo senso bisogna riscoprire Joseph Campbell, come pure scrive Andrea Cafarella, perché ha fatto dell’ermeneutica immaginale la questione centrale del suo lavoro, nell’arco dei volumi tradotti da Venexia Editrice, Miti di luce, Miti per vivere e delle sue interviste. In Miti di luce Campbell nota la prima grande differenza tra oriente e occidente. In Occidente si è ereditata dall’Asia zarathustriana la mitologia dell’artefice e del demiurgo, che si traduce in una scissione gerarchica tra creatura e creato, soggetto e oggetto. L’immaginario che deriva dal mito demiurgico è sempre teso a cercare una causa, incoraggiando un approccio manipolatorio e finalistico. Walter Otto usava chiamare l’uomo contemporaneo «il raziocinatore, l’ossessionato servo della finalità» non a torto. Le teorie del complotto si sviluppano allo stesso modo. In principio c’è un grande architetto ineffabile come il Nuovo Ordine Mondiale a causare il disastro, e se poi la realtà effettiva non restituisce la stessa evidenza di quella immaginata, i complottisti iniziano a creare loop infiniti di rimandi alla ricerca di una causa prima o di un messia. Quando non si riescono a incontrare gli antichi dèi, nasce la nota teoria degli Antichi Astronauti per cui noi siamo stati portati sulla terra da alieni evoluti, ma quando si è assoggettati all’ombra del demiurgo il complottismo si trasforma in una setta come QAnon. «Se in occidente il termine “trascendente” significa al di fuori del mondo, in Oriente è inteso come al di fuori del pensiero», dice Campbell, perciò «ciascuno ha il dio che si merita, giacché l’idea che abbiamo di Dio non è che un riflesso della nostra capacità di concepire il divino. E poiché gli individui dispongono di facoltà diverse, la concezione di Dio varia da uomo a uomo». La teoria del complotto è uno dei gridi di soccorso per rompere il simulacro e tornare a ripensare il trascendente.

Joseph Campbell

Joseph Campbell

In Miti per vivere poi viene sviluppata completamente l’ermeneutica mitologica. Tutti i miti e gli immaginari per Campbell sono veri in modi diversi, vanno interpretati considerando i bisogni psicofisici e spirituali della società che li genera. Ci sono miti che restano all’interno della dualità di bene e male, ma ci sono anche quelli che toccano i problemi più profondi del loro tempo per aiutare l'uomo a maturare e realizzarsi. Così il terrapiattista non è colui che crede nella terra piatta, ma chi ha il bisogno di vivere l’avventura della scoperta del pianeta rotondo, il fascino dell’esplorazione, perché si sente parte di un mondo ormai del tutto mappato dove non esistono misteri e ogni terra esotica è disponibile su Google Maps. Il mondo a una dimensione marcusiana che il terrapiattista proietta nell’immagine di un pianeta piatto rappresenta il mondo di cui si sente prigioniero e la sua psiche schiacciata. Incamminarsi per scoprire l’effettiva rotondità della terra è un modo per ritrovare dentro e fuori di sé la profondità dell’essere. Campbell ha sempre ripetuto che il mito e il viaggio dell’eroe non hanno a che fare con la ricerca di uno scopo, ma con il vivere l’esperienza di essere vivi. La società capitalista invece castra l’immaginario e non si preoccupa dei bisogni spirituali.

I no-vax cercano la stessa cosa, ma a livello organico. Il feticismo ossessivo del vaccino si basa sull’assunto magico e alchemico per cui qualsiasi sostanza modifica il nostro nucleo psicofisico o la nostra essenza. Nell’alchimia taoista si filtrava l’elisir di immortalità ricavato dal mercurio per realizzare la lunga vita, così come in Giappone il folklore considera il gruppo sanguigno un tratto determinante della personalità. Dietro la maschera del dubbio sull’effettiva efficacia del vaccino si nasconde il rigetto contro il pensiero igienizzante della medicina. L’esperienza di essere vivi in questo caso si traduce nel volersi sporcare nel fango e vivere il rischio della malattia per mettere alla prova il corpo, uno dei motivi tipici dei riti d'iniziazione. Ogni immaginario non va analizzato o respinto coi fatti, ma interpretato, ascoltato e risanato attraverso il bisogno mitologico che esprime. L’auspicio di Campbell è che si recuperi il senso del sacro, il mistero del rito, che si torni a immaginare mitologicamente il mondo con consapevolezza. Bisogna reistituire la ritualità e l’iniziazione all’interno della società, rompere la bolla urbana e ritornare a vivere i boschi accogliendo i non umani nella nostra percezione immediata, sognare terre lontane e ancestrali, distruggere le rappresentazioni simulate attraverso un digiuno delle immagini, riaffidarsi ai maestri e coltivare la nostra capacità immaginativa.

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#2 Deep, fake
Alessandro Mazzi

è filosofo, editor e traduttore editoriale. Scrive per diverse testate. Ha pubblicato racconti in TINA. Storie della grande estinzione (Aguaplano, 2020) e sulla rivista Axolotl. Ha tradotto Più brillante del sole (Not, 2021). Si occupa di filosofie orientali, immaginario, studi sul sacro, antropologia, religioni, mitologia e spiritualità.

Pubblicato:
26-01-2021
Ultima modifica:
15-02-2021
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