Laboratorio Kuala Lumpur - Singola rivista
Bambini in una moschea, Kuala Lumpur, 2011.
Bambini in una moschea, Kuala Lumpur, 2011. | Copyright: Yi Chen / Flickr

Laboratorio Kuala Lumpur

Kuala Lumpur e la valle del Klang si trovano nella condizione di molte metropoli sud-est asiatiche: crescono a velocità vertiginosa. Cosa significa per un architetto?

Bambini in una moschea, Kuala Lumpur, 2011. | Copyright: Yi Chen / Flickr
Intervista a Massimiliano Brugia
di Mary Tagliazucchi
Massimiliano Brugia

è un architetto. I suoi progetti sono presenti in Italia, nel Continente americano e in sud est Asia. La sua progettazione si concentra in particolar modo sul disegno innovativo e alla sostenibilità ambientale e sociale.

Mary Tagliazucchi

(1975) è giornalista freelancer e fotoreporter. Collabora con diverse testate giornalistiche nazionali. Ha realizzato reportage in zone di conflitti e povertà, come India, Lettonia e Chernobyl in Ucraina, oltre che lavori d'inchiesta che documentano, ad esempio, la situazione delle carceri in Italia. È coautrice del libro Militari all'uranio (David and Matthaus, 2017). Vive e lavora a Roma.  

Tecnologicamente avanzata e proiettata verso il futuro, Kuala Lampur con la sua eterogena popolazione per la grande maggioranza malese e a seguire cinese e indiana, è una delle città più eclettiche e dinamiche di tutta l’Asia. Il suo fascino non risiede solo nel dato demografico - la conurbazione della Klang Valley accorpa più centri urbani e raggiunge quasi gli 8 milioni di abitanti - ma anche suoi molteplici paradossi architettonici e culturali.

Metropoli ormai conclamata, Kuala Lumpur si espande fino alle vicine campagne attraversate dai fiumi Klang e Gombak, in grandi e spettacolari grattacieli e vecchi edifici coloniali. Un mix di culture che dal suo boom  economico ha visto un inurbamento - da parte delle masse contadine della Malaysia - sempre più in crescita e che ha fatto di Kuala Lampur una megalopoli policentrica.

Cosa comporterà tutto questo nel lungo periodo? Porterà a nuovi problemi sociali, economici e ambientali? Di certo una nuova visione sul mondo che ci circonda. Ne parliamo con l'architetto Massimiliano Brugia del team Obicua Architettura, conosciuto a livello nazionale ed internazionale.

Cityscape, Kuala Lumpur, 2015

Cityscape, Kuala Lumpur, 2015 | Naz Amir / Flickr

Mary Tagliazucchi - Tra i progetti architettonici a cui lei e il suo team avete contributo c’è la Business School dell’Università della Malaysia di Kuala Lumpur e il progetto di riconversione urbana del quartiere di Bukit Jalil. Quali sono le differenze nell'assetto urbano rispetto ad altre metropoli del sud est asiatico?

Massimiliano Brugia - Lavorare in Asia è un’esperienza straordinaria. Innanzitutto la scala urbana: in Europa e in Italia e la dimensione degli interventi - a parte qualche sporadico caso- riguarda un isolato, o qualche area dismessa più o meno grande. Al contrario, in Asia, abbiamo a che a fare con lo sviluppo irruento di città che si trovano ad affrontare nell’arco di dieci o venti anni crescite impressionanti. Un altro aspetto ricorrente è la sperimentazione di tipologie di insediamento inedite sotto il peso della speculazione edilizia. Parlando in particolare di Kuala Lumpur, è una metropoli dal sapore unico che si sta trasformando in megalopoli. È un agglomerato che deriva dall’unione urbana di una serie di antichi villaggi nel mezzo della foresta pluviale malese. Kuala Lumpur è esattamente solo uno di questi villaggi, sorto sulla riva di un fiume. Da questa particolare conformazione si è diffusa una città estesa quanto il Lazio con una natura assolutamente policentrica fatta di una miriade di satelliti collegati tra loro da un’imponente infrastruttura autostradale.

Giungla in città. Kuala Lumpur, 2019.

Giungla in città. Kuala Lumpur, 2019.

MT - Il boom edilizio di Kuala Lumpur (avvenuto intorno agli anni 80/90), di pari passo con quello economico, non ha comunque mutato o intaccato le differenze culturali e tradizionali delle diverse culture: cinesi, malesi e indiane che compongono il tessuto sociale di questa città. E nel contesto architettonico invece?

MB - Il vero valore della Malaysia sta appunto nella convivenza ben integrata di queste tre culture ed etnie che rendono questo paese al tempo stesso modernissimo e tradizionale nella cultura. L’attitudine dei malesi al multiculturalismo è una peculiarità che ritroviamo molto ben distinta anche nel contesto architettonico e urbano. Questo vuol dire che i malesi sono di mentalità aperta, sempre ben accetti alle innovazioni. Ci ricordano un po’gli statunitensi, non solo nella bandiera, che è molto simile.
Da questo spirito sopradescritto si è plasmata la loro capitale: una città in rapida espansione dove c’è posto per tutti gli stili architettonici e dove la pianificazione urbana sta dando risultati eccezionali sia per scala che per qualità degli spazi pubblici e dell’integrazione dell’abitato con la rigogliosa natura circostante. Unico driver condiviso è la volontà di dare vita a quartieri moderni, efficienti e al tempo stesso piacevoli.   


MT - Come avrà avuto modo di constatare lei stesso di persona, mai come ora Kuala Lumpur vive in pieno il fenomeno dell’inurbamento da parte delle masse contadine della Malaysia che si stanno riversando verso la città. Quali problematiche specifiche sono nate e quali altre ne nasceranno secondo lei?

MB - Il modello di sviluppo basato sull’inurbamento della maggior parte della popolazione, da una parte consente di concentrare le risorse per la modernizzazione, infrastrutture, università, ospedali, dall’altro causa la concentrazione della popolazione all’interno della cerchia urbana e sappiamo già quali sono le problematiche che di riflesso sorgono e sorgeranno: innanzitutto la pressione sulla mobilità urbana, poi sulla salute dovute all’inquinamento, infine all’alienazione che gli individui subiscono vivendo in una megalopoli. Sono problematiche di lungo termine che vanno gestite per tempo. Il governo centrale è consapevole che uno sviluppo sostenibile del paese non può avvenire in tal modo e sta attuando una forte politica di investimento sull’infrastruttura scolastica,  realizzando grandi campus universitari nelle province più isolate e investendo nelle economie agricole e turistiche locali. Mi è capitato di lavorare ad alcuni di questi e mi sembra che questa sia la via. Oltre che a una buona politica di realizzazione di trasporti metropolitani che ancora però scarseggia.

Traffico a Kuala Lumpur, 2014

Traffico a Kuala Lumpur, 2014 | Norris / Flickr


MT -
Può un architetto, con il suo lavoro, contribuire a rendere queste città, come appunto Kuala Lumpur, più a misura d'uomo? 

MB - Rem Koohlaas nel suo libro Junk Spaces sostiene che non vi sia molto che il singolo architetto possa fare a confronto con queste immense macro-strutture urbane, se non di metterne beffardamente in luce la goffaggine con operazioni “sensazionalistiche”. Io penso invece che "l’architettura salverà il mondo". Lo può salvare dando dei segnali di “ordine”: mostrando ad esempio che nonostante la scala sovrumana che schiaccia l’individuo, esiste ancora un modo di forgiare spazi pubblici piacevoli e misurati, fatti per le persone e l’incontro e che vadano oltre la logica della speculazione edilizia, che anche soltanto una corretta disposizione degli edifici o un buono studio sui percorsi possono contribuire a creare ambienti per la sfera sociale. In Malaysia questo approccio, che vorrei ribattezzare “neoumanistico”, è ascoltato sia dall’amministrazione pubblica che dai grandi costruttori, almeno quelli con cui mi sono trovato a dialogare. I malesi sono poi sensibilissimi al rispetto dell’ambiente. Anche lavorare sull’architettura sostenibile è un buon modo di intervenire.

Kuala Lumpur, 2019.

Kuala Lumpur, 2019.

Venditore, Jalan Alor, Kuala Lumpur, 2013.
Venditore, Jalan Alor, Kuala Lumpur, 2013. | Aussie Assault / Flickr


MT - Che spazio dà Kuala Lumpur alla riorganizzazione degli spazi, alle forme di mobilità innovative?

MB - Grande spazio. Come accennato, Kuala Lumpur è tuttora un laboratorio fervente di sperimentazioni. Si stanno pianificando edifici “mixed-use” che sono essi stessi piccole città verticali organizzate con una costellazione di ambienti dove il pubblico e il privato si compenetrano o ancora centri commerciali uniti a grattacieli residenziali collegati da percorsi meccanizzati che i malesi chiamano “travelators”, ossia tapis roulant continui coperti e protetti dal sole e climatizzati (siamo in clima tropicale). La mobilità a Kuala Lumpur si fa ad oggi con i mezzi privati ma una decina d’anni fa la città si dotata, ad esempio, di una monorotaia sospesa sulla giungla, modello che interi quartieri implementeranno in futuro. Sicuramente in una metropoli come Kuala Lumpur ad un certo punto occorrerà progettare una linea metropolitana estesa con punti nodali inseriti in una rete di servizi di sharing.


MT - La sua particolare visione su questo specifico punto?

MB - La mia visione è che bisogna studiare attentamente, in base al clima, quale è la distanza che un individuo medio riesca a percorrere a piedi. In genere i famosi 10 minuti a piedi. Noi dobbiamo implementare questa distanza con mezzi di supporto che ne aumentino la gittata, come tapis roulant, monopattini elettrici, bici, eccetera; dopodichè dobbiamo assicurarci che lo stesso individuo possa raggiungere almeno una fermata di metropolitana o autobus affinchè venga disincentivato l’uso delle auto che tanto nuoce al traffico urbano.

In una recente esperienza da noi avuta, a titolo esemplificativo, nella progettazione di un masterplan urbano per la rigenerazione di Bukit Jalil, la vecchia città olimpica, a Kuala Lumpur abbiamo proposto una serie di “core” urbani composti da edifici alti, attorno ai 50-70 piani, nel cui podio si svolge tutta la vita cittàdina integrata e dove sono inseriti “travelators” che collegano i fabbricati tra loro e portano alle vicine linee di monorotaia soprelevata, in modo che si possa in larga parte fare a meno dell’auto.

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Sud-Est Asia - 2020
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#1 Megacity
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è un architetto. I suoi progetti sono presenti in Italia, nel Continente americano e in sud est Asia. La sua progettazione si concentra in particolar modo sul disegno innovativo e alla sostenibilità ambientale e sociale.

Mary Tagliazucchi

(1975) è giornalista freelancer e fotoreporter. Collabora con diverse testate giornalistiche nazionali. Ha realizzato reportage in zone di conflitti e povertà, come India, Lettonia e Chernobyl in Ucraina, oltre che lavori d'inchiesta che documentano, ad esempio, la situazione delle carceri in Italia. È coautrice del libro Militari all'uranio (David and Matthaus, 2017). Vive e lavora a Roma.  

Pubblicato:
19-10-2020
Ultima modifica:
20-10-2020
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