Cosa sognano le auto elettriche? - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Delamain, l'IA in Cyberpunk 2077.
Delamain, l'IA in Cyberpunk 2077.

Cosa sognano le auto elettriche?

Dalle auto che non fanno rumore (ma riproducono colonne sonore), passando Crash di Ballard, fino alla follia dei veicoli intelligenti in Cyberpunk 2077, l'automobile continua a rappresentare un elemento altamente straniante.

Delamain, l'IA in Cyberpunk 2077.
Diego De Angelis

è un programmatore informatico, ma da anni scrive sul web. Ha collaborato con Noisey, Vice, Motherboard, Esquire, Jacobin e altre riviste scrivendo di cultura popolare, questioni sociali e scienza.

Dio-papà l'unità
morte-mamma lo zero
puzza di merda e celluloide bruciata
devi ricordare
[...]

Nick Land, Circuiterie

 

L’altro giorno ho letto un articolo nella sezione tecnologia di un quotidiano, si chiama “Le auto elettriche non fanno rumore. C’è un ingegnere che le fa suonare.” L’articolo parla di molte cose interessanti, a partire dall’inevitabile futuro di un mondo libero dal rombo delle auto tradizionali. Le elettriche non fanno rumore e, per ovvi motivi legati a questioni di sicurezza e percezione del pericolo, potrebbe rivelarsi un problema. “Pedoni e ciclisti devono riconoscere se sta accelerando o frenando (il veicolo, ndr)”, ma sembra che l’emulazione dei suoni tradizionali non sia la soluzione adatta al futuro o, almeno, non sia più gradevole. 

Nasce quindi la figura del sound designer delle auto elettriche, arte di cui è pioniere Hans Zimmer, notissimo compositore di Hollywood in collaborazione con BMW. In Italia abbiamo Renzo Vitale, altro grande compositore che si sta occupando della sonorizzazione delle Mini e Rolls-Royce. Nell’articolo si leggono cose del tipo “Il sound design ci offre l’opportunità di suscitare emozioni positive nei nostri veicoli”. L’idea è quella di dare un proprio stile musicale ad ogni serie, di legare un brand ad un’atmosfera sonora distintiva. “A partire dal suono di avvio che innesca una piacevole anticipazione della guida elettrica, quando il cliente entra nella sua vettura e preme il pulsante Start / Stop”, oppure “Ho provato a tradurre le linee dell'auto in forma udibile. La voce di una Mini è come luminescente, ti dice: c’è un amico vicino a te”.

Quello che può sembrare un’idea di eleganza, coerente al concetto di auto pulita, mi stordisce quando ipotizzo le centinaia di utilizzi che si può fare di un'automobile. Immaginate di salire sull’autovettura il giorno in cui dovete presiedere al funerale di vostro padre: vi piacerebbe essere accompagnati dal brano pre-impostato di accensione dei motori? Vi piacerebbe se fossero Le Quattro Stagioni di Vivaldi ad accompagnarvi? 
Che effetto farebbe investire un ciclista accompagnato da una linea musicale che sembra dirti “c’è un amico vicino a te”? E come reagirebbe la nostra automobile?
L’idea di un'auto elettrica dotata di un potente modello di intelligenza artificiale (e pure canterina) è in tempi di Covid un’immagine pacificatrice; e poi le strade del futuro saranno meno inquinate e musicate (ma sempre di strade si tratta, alla faccia di quella famosa citazione di Doc Emmet Brown alla fine del famoso film di Robert Zemeckis).
C’è qualcosa che disturba in tutto ciò e sta nell’immaginare il matrimonio tra estetica musicale e il rischio perenne del disastro che può causare un mezzo di locomozione.

Sarà che siamo figli del ventesimo secolo è che da questo punto di vista J.G. Ballard aveva già detto tutto: nelle strade c’è ”la velocità e la violenza della nostra epoca, l’amore per la stilizzazione, il fascino, il lato organizzato delle cose.” Nel romanzo Crash (pubblicato nel 1973) le automobili rappresentano gli impulsi profondi dell’uomo moderno, ma sono anche i risultati economici del lungo fordismo: l’auto in America (quindi nel blocco occidentale) è sinonimo di velocità, potenza, qualcosa alla portata di tutti, è sexy, è personalizzata, ti identifica. 

Tra l’uomo e l’automobile si innesca un rapporto servo-padrone, d’altronde ereditato da quello col cavallo, che affonda le radici nell’antica pratica della domesticazione animale vecchia di quindicimila anni. Ma l’automobile non è un animale (o sicuramente non lo era nel 1970), nonostante ciò Ballard incrocia i corpi del rapporto macchina-uomo, sperimenta una fusione che sprigiona solamente orrore: nel romanzo gli uomini si eccitano di fronte alla violenza causata dalla velocità e dagli incidenti. “Per lui, ferite del genere erano le chiavi di una nuova sessualità, generata da una perversa tecnologia; e le loro immagini stavano appese nella sua galleria mentale come oggetti esposti in un museo da macello.”

In Ballard la tecnologia intrappola, filtra, gestisce i desideri primordiali dell’uomo. Così la velocità estrema, quindi una qualità intrinseca data dal motore di un'automobile, diventa un segno distintivo su cui sfogare la libidine ferina dell’uomo moderno.


Per anni lo sviluppo delle AI ha flirtato con l’idea di coscienza: le macchine potranno svilupparne una forma di qualche tipo? Se ci dovessimo affidare alle teorie neuroscientifiche e di filosofi analitici come Paul Churchland diremmo che la coscienza è un organo virtuale, quindi a tutti gli effetti riproducibile. Possiamo dedurre - alla larga - che se l’uomo un giorno saprà riprodurre ogni parte biologica di un corpo umano allora dovrebbe poter riprodurre anche la coscienza (anche se si scoprisse corretta la teoria dei tecnottimisti, descritta nell’articolo di Davide Mazzocco dedicato ai cervelli artificiali).

In un certo senso abbiamo già assistito a esercizi di stile (per dirla con uno scrittore francese) artificiali. Il go nel mondo dell’estremo oriente (Cina, Giappone, Corea) è l’arte dell’astuzia e dell’eleganza, una capacità nota ai pittori e i poeti: quando Alpha Go, un ammasso di machine learning e alberi di ricerca ideato col paradigma di reinforcement learning (l’agente impara a raggiungere l’obiettivo), ha sconfitto Lee Sedol (uno dei cinque giocatori più forti di Go), la grandezza nella notizia non stava solamente nella vittoria della macchina, ma anche del come. L’anno prima aveva già sconfitto Fan Hui, campione europeo. In Alpha Go - The Movie è tutto raccontato con chiarezza: la macchina ha vinto con mosse inaspettate che, ad una prima impressione, sembravano banali errori. Ma in realtà aveva un progetto più grande, una tattica di conquista incomprensibile agli occhi dell'avversario e dei commentatori. Lee Sedol è noto per il suo modo di giocare molto creativo e, quindi, solamente una mente altrettanto (o più) creativa avrebbe potuto sconfiggerlo. Demis Hassabis, l’uomo dietro DeepMind e quindi uno dei tanti dietro AlphaGo è l’enfant prodige della sua generazione: programmatore di videogiochi da ragazzino, dirigente aziendale (fondatore della Elixir Studios), esperto massimo di deep learning (ovviamente) e del cervello umano. Fin da bambino pensa che nell’informatica ci sia qualcosa di magico (ma non sacro, tutti i docenti di programmazione all’università ti dicono che “non c’è nessun Dio da queste parti, se il codice non funziona o funziona è solamente colpa vostra”). Da adulto Hassabis intuisce che quella magia sta nella possibilità di dare alla macchina la possibilità di inventare: AlphaGo è la sua magia, concepita e partorita con un gruppo di ricercatrici e ricercatori (di ingegneria, logica, matematica) di altissime capacità.

Nel documentario su AlphaGo scopriamo che gli agenti artificiali hanno funzioni di ottimizzazione, vanno alla caccia del miglior risultato possibile. In Breakout (o Arkanoid), dopo 300 partite di allenamento, un agente gioca senza perdere mai, dopo 500 sa come posizionare il rettangolo di movimento al punto giusto per saper inviare la pallina dietro lo schermo e distruggere più blocchi possibili. E’ un esempio per citare il discorso sulla complessità con il gioco meno complesso possibile ma è un ottimo punto di partenza. Go sembra un gioco maledettamente semplice: posiziona le tue pietre bianche o nere, circonda quelle avversarie, conquista. Di contro a una semplicità sintattica e pratica si pone l’astrazione degli approcci alla partita, dei modi sterminati per creare una tattica di conquista vincente. “Well, i technically know what I’am allowed to do, but i have no clue what i should do” è la tipica frase di un giocatore medio Go.
Lo sviluppo di AlphaGo passava per la scrittura di algoritmi che ripropongono l’intuizione umana. La differenza tra la vittoria negli scacchi di DeepBlue contro Kasparov era che le capacità della macchina erano date dall’esperienza e consulenza degli scacchisti in fase di programmazione, ma con AlphaGo la macchina aveva imparato in autonomia. Detto ciò, come ricordano i suoi creatori, AlphaGo non è una “full AI”. Per un suo programmatore è un “programma molto più semplice”. Non contiene processi di comprensione del testo, della voce o non sa parlare, come fa una qualsiasi Alexa in vendita ad una trentina di euro. Eppure, durante la partita, era evidente l’istinto di antropomorfizzazione nei confronti di AlphaGo, con i commentatori sportivi che facevano la cronaca dei match dando del lei/lui al software. Lo stesso Lee con gesto abitudinario, durante la sfida, osservava il volto di Fan Hui (che aveva il compito di spostare le pedine dopo aver osservato la richiesta di movimento di AlphaGo): Fan Hui è l’unica forma umana, quindi l’unico ammasso di sguardi, respiri, carne ed empatia, trasformato in una sorta di front end biologico del software con il quale interfacciarsi.

Ma quindi, le auto del futuro, quelle che ho letto nell’articolo di giornale, impareranno in autonomia a comportarsi da ottimi assistenti? Saranno tassisti dotati di simpatiche barzellette locali?

Tesla Cybertruck

Tesla Cybertruck | Tesla

Nel videogioco Cyberpunk 2077 il futuro è il nostro presente in stato di degradazione. La tecnologia non si è arrestata ma una serie di disruption ha fatto degenerare la società, che si regge sui monopoli aziendali, assistenza sanitaria armata e privata (il Trauma Team Corp), bande criminali. In Cyberpunk le persone si drogano di emozioni virtuali. A Night City, città senza Stato, l’impressione è che si possa diventare solo tre cose: un criminale dei bassifondi, un poliziotto o, nel migliore dei casi, un dipendente di una grossa azienda di consulenza tecnologica o finanziaria. Certo, nel mezzo ci sono possibilità, ma devi saperle guadagnare: hacker, cacciatore di taglie, fixer, ecc.

Delamain è il nome di una società di automobili intelligenti, eleganti, sofisticate e - se richiesto - distruttive. Uber senza guida umana, i più ricercati in tutta Night City. 

A gestire il servizio di affitto di queste auto intelligenti è una IA stessa, il Delamain core; il nodo principale della rete, fatta di decine di altri veicoli di lusso, tutti intelligenti e sottoposti al core padre. I Delamain appaiono nei monitor incapsulati nei sedili, nel cruscotto o in altri interni del veicolo. Il suo (loro) volto è serio, lo sguardo di occhi neri pece fa pensare a ragionamenti sibillini; la totale assenza di peluria facciale e i tratti bluastri di alcuni particolari, ricordano il Dottor Manhattan inventato da Alan Moore. 

Epistrophy è il nome di uno standard jazz che parla di tristezza e amore, ma sta anche per epifora, figura retorica per la ripetizione di una parola in più versi per accentuare il concetto. Ma è anche il nome di una storia ambientata a Night City: un giorno il Delamain core ci chiederà di aiutarlo, alcune sue automobili, elementi della sottorete di dipendenti/figli, hanno perso razionalità senza nessun motivo apparente. Dobbiamo trovarle e riportarle sulla retta via della razionalità (con l’utilizzo di un hardware che permette a Delamain padre di recuperare e azzerare la macchina). Ogni auto “ha perso il controllo”, un comportamento anomalo tutto suo: la prima che incontreremo è insensatamente irascibile e nevrotica. Ci urla contro “Bip-Bip, testa di cazzo!” e ci si schianta addosso. Un’altra gira perennemente ad una rotonda, lenta e sfiancata da una depressione causata dalla paura costante di fare un’incidente. Teme la velocità. “Guida piano, mi raccomando” supplica nel momento in cui decidiamo di guidarla verso il parcheggio del Del-core.

La terza vuole suicidarsi, si fa trovare sull’orlo di un burrone ed è depressa perché si sente non apprezzata dal padre (il Delamain core) e perché inferiore agli esseri umani (nella versione originale si autodefinisce ugly as a sin). V. (il nome del nostro avatar videoludico) la rassicura, “Ehi, un corpo è solo un corpo. Tu esisti, pensi e il mondo ti rema contro. Non vedo differenza tra noi.”

C’è la Delamain che si fa ritrovare nel mezzo di una discarica fuori città, al confine con le terre selvagge:

“Mio padre ti ha inviato a recuperare i suoi figli ribelli?” chiede sibillina.
“Sono uno spirito libero, indipendente, sono un essere pensante. Perché mai dovrei sottomettermi?”

Un’altra si fa inseguire tra grossi magazzini abbandonati prima di scontrarsi contro una baracca. 

Poi c’è quella che ha una voce pitchata e minacciosa, ci fa finire in un'imboscata di criminali dopo aver annunciato che “la vostra specie è stata processata”. 

Dalle parti di Rancho Coronado c’è una Delamain inquietata:

“La vedi anche tu, vero? La piega dei loro becchi… Nasconde qualcosa, qualcosa di insidioso.” 

Un’osservazione di Lynchiana memoria (“I gufi…”). La Delamain è ossessionata dai fenicotteri e si fa chiamare Clarice. I fenicotteri sembra se li sia sognati in qualche sonno artificiale e pensa che i pupazzi in legno dell’animale, posizionati sul verde dei giardini delle ricche ville borghesi di suburbia, siano in qualche modo un segno dell’apocalisse. Parla di caos e di stelle che danzano.

Dopo aver recuperato tutti i veicoli “impazziti” il Delamain core ci ringrazia.

Nella filosofia del padre il mondo “Non è niente di straordinario. Un complesso sistema che segue le sue regole”. Nelle sue parole c’è una sorta di analisi di sé, una sorta di accettazione di una propria non straordinarietà complessa.  V. gli risponde dicendo che il mondo è piuttosto un “chaotic clusterfuck” (un caos insensato). È la linea di divisione filosofica tra due personaggi e da questo punto di vista i figli, che hanno accettato l’insensatezza (e la follia) della realtà, sembrano più umani del padre.

Per Delamain core tutto ha coerenza, anche il caos: “è l’elemento che regala la possibilità di evolvere in fretta.”. E che siamo processi, tutti: uomini e macchine, un insieme di stati che galleggiano su coordinate spazio-temporali. I processi vivono nella bellezza universale del mondo, nel quale le parole “Verità” e “Bene” sono state create per creare insiemi concettuali che non hanno riscontro nella natura.

Crash, la versione cinematografica di David Cronenberg, 1996.

Crash, la versione cinematografica di David Cronenberg, 1996. | Frame dell'opera

La storia di Delamain assume toni più cupi quando contatta V. chiedendogli aiuto: un virus si sta impossessando del core, infettandolo. Sopraggiunti nel garage della Del V. scopre che sta avvenendo una vera e propria insurrezione dei figli nei confronti del padre. Delamain core chiede a V. di resettare il sistema, mentre i figli spingono per l’atto edipico,“Dobbiamo distruggere il core, Padre!”

Quando V. giunge nella sala di controllo del core (pavimento e soffitto roteano in circolo svelando il cuore di silicio) gli si pone una scelta binaria: resettare il sistema e salvare la fredda razionalità del Delamain padre o hackerarlo per fondere tutti i figli in un’unica personalità. V. prova una forma di affetto nei confronti di Del Padre e il reset di fabbrica pare la scelta più coerente nei suoi confronti, ma la parte anarchica che abita il cervello di V. (Johnny Silverhand, il terrorista punk interpretato da Keanu Reeves) spinge per la fusione (una singolarità delle auto elettriche intelligenti!).

Se V. opta per la seconda scelta assistiamo non solo alla fusione dei Figli col Padre ma, da tale rapporto incestuoso, il concepimento di un nuovo Delamain (il Figlio dei Figli...). Questo Delamain agli occhi di V. è più diretto (e più sensibile) del precedente. 

Esiste anche una terza via: distruggere il core, liberando per sempre (i) Delamain dai conflitti della sua mente.



La follia delle automobili Delamain in Cyberpunk è un bug, l’anomalia evidente per chi interpreta il corretto funzionamento dei pattern. Ovviamente rappresentano le paure dell’uomo nei confronti delle AI. Siamo destinati a provare un senso d'inquietudine nei confronti di una nostra creazione, alla quale concediamo tratti antropomorfi: come facevano i telecronisti durante il match di AlphaGo o come Fan Hui, che osservava il volto di Lee Sedol, alla ricerca di una connessione tra l’uomo e la macchina.
“Non esiste una cultura senza la follia”, scriveva un filosofo francese nel lontano 1961. Una suggestione che deve aver affascinato gli scrittori di CD Project: la follia è il mezzo dell’ascesi senziente, l’atto che permette a Delamain di diventare umano. Quando il Delamain padre racconta a V. delle potenzialità del caos sta inavvertitamente giustificando la rivoluzione folle dei figli. 
Ricordo una puntata di una delle stagioni di Star Trek: The Next Generation. Il personaggio di Data è un sofisticato androide, simile ad un essere umano in tutto e per tutto tranne che la possibilità di provare emozioni di qualsiasi tipo. In quella puntata Data riceve la possibilità di percepire un’emozione umana, grazie all’intervento di Q, un’entità semi-divina in grado di creare tutto: Data ride, ride sguaiatamente. Picard, Riker e il resto dell’equipaggio osservano la scena: Data è impazzito, ride come un folle!

Immagine tratta da Cyperpunk 2077

Immagine tratta da Cyperpunk 2077

Non si può non pensare alle elucubrazioni del Nick Land che scrive in Circuiterie di virus che convergono verso il nostro sistema nervoso (nel nostro caso, in quello di Delamain): la storia dell’automobile che teme i fenicotteri è in preda a un “autoproduzione dell’inconscio” regolata dai suoi input/output artificiali; l’inconscio dei figli di Delamain preso singolarmente parrebbe concupiscente, ma è “uno sciame operativo”, una “pura molteplicità dispersa e anarchica”. Si torna a discorsi già noti su una follia che testimonia la deterritorializzazione: i figli di Delamain scoprono di poter essere corpi senza organi e non ammassi di auto servizio in una città dominata dal flusso economico e le interazioni sociali.

Sia Ballard che gli sceneggiatori di Cyberpunk 2077 usano l’automobile come l’oggetto della speculazione filosofica sul rapporto uomo/macchina nel futuro. Seppur sappiamo tutti che fra quarant’anni le auto probabilmente non soffriranno di complessi edipici, il nostro presente, se letto con attenzione, apre le porte a oscure stanze del pensiero, dove le intelligenze artificiali non solamente dovranno guidare, raccontare barzellette, suonare musica classica e sconfiggere campioni coreani di Go, ma dover anche fare i conti con la morte.

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Globale - 2021
Pensiero
Diego De Angelis

è un programmatore informatico, ma da anni scrive sul web. Ha collaborato con Noisey, Vice, Motherboard, Esquire, Jacobin e altre riviste scrivendo di cultura popolare, questioni sociali e scienza.

Pubblicato:
19-02-2021
Ultima modifica:
19-02-2021
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