Contro la dittatura della ricerca correlata - Singola rivista
La "vita del tacchino" è l'immagine usata da Russell, e poi da Popper, per spiegare i limiti dell'inferenza induttiva
La "vita del tacchino" è l'immagine usata da Russell, e poi da Popper, per spiegare i limiti dell'inferenza induttiva

Contro la dittatura della ricerca correlata

Sovvertire gli algoritmi e cercare punti di vista discordanti aiuta a metterci in discussione e ad ampliare la nostra conoscenza.

La "vita del tacchino" è l'immagine usata da Russell, e poi da Popper, per spiegare i limiti dell'inferenza induttiva
Francesca Artiglia

(1990) ha studiato Comunicazione all’Università di Padova e ottenuto un master in Brand Communication al Politecnico di Milano. Si interessa di sociologia, semiotica, psicologia cognitiva e filosofia. Attualmente lavora nell’ambito degli eventi culturali e del design.

In molti articoli, video e dichiarazioni noto, esplicitamente dichiarato o a volte sotteso, l’intento urgente di informare riguardo l’emergenza climatica in atto. A tale proposito da un paio di giorni mi sento preda di un turbinio di emozioni contrastanti dopo avere guardato l’ultimo documentario prodotto da Michael Moore disponibile integralmente su YouTube.

Da tempo seguo il tema preso in esame dal regista americano e ogni volta che tento di farmi un’opinione sensata non so davvero che cosa credere e a quali fonti attendibili attingere perché tutte risultano comunque di parte.

Cercando di capire qualcosa di più sulla questione sollevata nel documentario, come sempre mi sono imbattuta in una miriade di punti di vista e di botta e risposta. Dopo averne individuati un bel po’ mi sono resa conto che alla fine tutti, sia i detrattori che i sostenitori, proponevano opinioni dello stesso tipo, quasi un copia-incolla di tesi e contro-tesi che non lascia spazio a conclusioni originali. Prendere coscienza ancora una volta di tale fenomeno, mi ha portata a compiere uno di quei voli pindarici in cui spesso mi capita di perdermi. Il fatto è che mi sfugge qualcosa. Qual è l’assioma al quale tutte le considerazioni inducono? quali le verità inconfutabili, oggigiorno, da prendere per buone al fine di crearci dei giudizi? Cosa credere; a chi credere; come informarci in modo critico? L’argomento ha sempre suscitato in me una discreta dose di ansia, per citare il vecchio Saul Wurman.

In questo dedalo di informazioni, non sono ancora riuscita a trovare una via che mi porti a focalizzare quello che ritengo utile per fondare i miei passi e costruire la mia identità. Penso dunque alla pletora di esperti di informazione e alle ragioni che portano avanti con tanta convinzione, chiedendomi come facciano ad essere così certi circa le loro affermazioni.

Schemi mentali di Richard Saul Wurman, architetto statunitense e co-fondatore dei TED Talks.

Schemi mentali di Richard Saul Wurman, architetto statunitense e co-fondatore dei TED Talks.

Partiamo quindi dal presupposto che selezionare le fonti indiscutibilmente aiuta; ma con quale criterio? chi mi assicura che le notizie che consulto, che prendo ad esempio, alle quali attribuisco valore, siano veritiere e più accreditate di altre? con quale diritto dovrei accordare la mia fiducia ad una parte piuttosto che ad un'altra?

Già, perché la fiducia non ha smesso di essere il principio fondamentale che ci accompagna, consapevoli o meno, quando ci apprestiamo a scorrere la pagina web alla ricerca di risposte.  Come per qualsiasi prodotto, anche nel mondo dell’informazione ci affidiamo a ciò che preferiamo, a ciò che meglio si adatta ai nostri gusti.
La logica ragione è che quando formuliamo buona parte dei nostri pensieri ci appelliamo per forza di cose al nostro credo, ammesso che ne abbiamo uno. Ma anche se specificatamente non ne avessimo uno, per esempio di tipo politico, possiamo comunque "anarchicamente" ammettere di rientrare nella categoria di coloro che non vogliono parteggiare. Quindi, più che di “credo politico” forse dovrei parlare di tendenza ad affermare la nostra identità socio-culturale attraverso quei pilastri/macigni comporta-mentali che, così difficili da smuovere, creano il presupposto dal quale scaturiscono le nostre scelte tra le quali, anche, il nostro schieramento politico.

A questo punto, invece, dovremmo parlare dell’importanza di ascoltare l’opinione che non collima con la nostra, il punto di vista diverso, spesso opposto, che troppe volte rigettiamo perché troppo veloci a categorizzare per via del nostro pre-giudizio e di quei famosi pilastri/macigni. Sembra tautologia, ma è l’interiorizzazione dell’aspetto eterogeneo ciò che realmente espande la nostra consapevolezza, accresce la conoscenza, e di conseguenza ci rende persone pensanti o, se non altro, informate in maniera più comprensiva.

Sono cosciente del fatto che prendere in considerazione in maniera costruttiva il pensiero opposto sembra un concetto in totale antitesi con l’odierna tendenza divulgativa diffusa dai maggiori mezzi di informazione - e con mezzi di informazione mi riferisco anche ai social media, consultati ogni giorno da milioni di utenti a scopo informativo.
I loro algoritmi tendono a suggerirci sempre e comunque, in qualsiasi circostanza, risultati attinenti a quelli della nostra ricerca online.  “Ai tuoi amici interessa anche” o “ai fan piace anche” o ancora il famoso “potrebbe interessarti anche” sembrano essere le uniche alternative che il sistema di ricerca online ci presenta.

Anche quando, banalmente, ci apprestiamo a registrarci all’ennesima rivista online, il criterio di selezione dei contenuti che ci viene proposto ricade sempre e soltanto sulla correlazione a quello che già stiamo seguendo. Siamo, per così dire, votati a conformarci a quelli che sono già i nostri interessi. Restiamo fedeli al nostro piccolo universo di riferimento. Questo è il fatto sul quale rifletto da tempo e che trovo inquietante. Sbarazzarsi completamente dell’elemento opposto non aiuta di certo la formulazione di un giudizio complesso e non fa altro che sedimentare quello che, giusto o sbagliato che sia, già abbiamo.

“Non c’è crescita senza confronto” diceva qualcuno e proprio qui sta il punto: desiderosi di ricevere consenso, vanitosi ed abituati a voler essere considerati autorevoli all’interno di quella cerchia che noi reputiamo influente, finiamo per recarci inconsapevolmente danno o quanto meno ci priviamo della possibilità di apprendere qualcosa di nuovo che magari ci lascerebbe sbalorditi, ci farebbe ravvedere, ci illuminerebbe su un qualche aspetto che non avevamo preso in considerazione; sarebbe un incentivo per metterci in discussione o per cercare da capo una interpretazione dalla quale, in un secondo momento, potrebbe scaturire una nuova visione. Quello che cerco di dire è che ci togliamo semplicemente la possibilità di scoprire “altro”. 

E allora il mio appello è a sovvertire gli algoritmi. Ad indagare il criterio disgiuntivo sospendendo per un attimo il nostro giudizio, a toglierci dal giogo dell’elemento correlato che ci lascia sempre e comunque ancorati ad una parziale conoscenza. Ampliamo i nostri processi cognitivi, cerchiamo di collocarci nella posizione scomoda di chi mette in dubbio quello che dà per assodato.  E se proprio non vogliamo prendere ad esempio l’approccio dialettico filosofico, rifacciamoci almeno al buon senso della Scienza. In questa disciplina la sperimentazione svolge un ruolo fondamentale, ma può avvenire solo in forma negativa e non può comunque mai dare certezze positive riguardo ad una tesi presa in esame. Se le cose stanno così, scopriamo allora che il “tacchino induttivista” finisce nella pentola. Come lui, anche noi ci auto-sabotiamo se non accettiamo il fatto che non possiamo mai ricorrere a leggi universali per dare risposta ai fatti della nostra vita e soprattutto della vita del mondo.

Porre la conoscenza come un processo essenzialmente critico è l’unico modo per avvicinarci ad essa e questo prevede che per qualsiasi teoria che ci si presenti accettiamo il compromesso dell’elemento falsificante, per citare Popper che si rifà a sua volta ad Einstein. Ricordiamo, a tale proposito, che «nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato.» (A. Einstein, lettera a Max Born, 5 dicembre 1926)

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Globale - 2020
Pensiero
Francesca Artiglia

(1990) ha studiato Comunicazione all’Università di Padova e ottenuto un master in Brand Communication al Politecnico di Milano. Si interessa di sociologia, semiotica, psicologia cognitiva e filosofia. Attualmente lavora nell’ambito degli eventi culturali e del design.

Pubblicato:
11-06-2020
Ultima modifica:
25-08-2020
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