Contro l'Internet delle cose - Singola | Storie di scenari e orizzonti
HomePod mini smart speaker, Apple.
HomePod mini smart speaker, Apple. | Copyright: Ivan Bandura / Unsplash

Contro l'Internet delle cose

L'umanità e gli smart-device. Tutto bello, a parte un problemino.

HomePod mini smart speaker, Apple. | Copyright: Ivan Bandura / Unsplash
Francesca Palazzi Arduini

(detta “Dada”) è blogger e studiosa delle nuove forme di comunicazione. Ha collaborato a lungo con A rivista, scritto sul web (Nazione indiana, Carmilla, Critica liberale, Singola), pubblicato e tradotto per Antelitteram, Traccedizioni, Rubettino, La Fiaccola.

C’è un limite al monopolio e allo sfruttamento. Beni di pubblica utilità, usati nella vita di tutti i giorni, non dovrebbero essere monopolizzati da privati.
Così deve essere per l’acqua, per la salubrità dell’aria e della terra, per le grandi riserve naturali, unitamente al diritto degli esseri umani al cibo, alla casa, alla salute, alla libertà di parola e di movimento. Su questo concordano i cittadini e le cittadine di quasi ogni tendenza politica ed estrazione sociale. Siamo il 99%. [1]

I grandi sistemi digitali di socializzazione (Facebook e altri), di ricerca (Google e altri) e di comunicazione mobile sono oggi essenziali nella quotidianità. Ma le holding che li gestiscono godono di una libertà di azione pericolosa per le democrazie attuali e future. Ciò è documentato non solo dai fatti (infrazioni alle regole sulla privacy e sulla concorrenza) ma da dichiarazioni pubbliche recenti, come quella del Ceo di Fb di voler costruire “un sistema globale di voto” [2]. La discrezionalità con la quale i social network decidono di lasciar agire i discorsi di odio, o di bloccarli, la strategia impositiva della “Internet delle cose”, la proprietà privata di hardware e software strategici (telefonia, pubbliche amministrazioni), mostrano la costruzione di una rete di controllo e manipolazione delle informazioni, e del sapere, estranea alle regole della democrazia.

Le norme recentemente proposte dalla UE circa il traffico dei dati verso Stati extra UE [3] e per la sicurezza nel commercio online non garantiscono un limite alla crescita mostruosa dei profitti delle maggiori holding del settore, basati sull’estrazione indiscriminata dei dati degli utenti, estrazione amplificata non solo dalla imposizione di ‘cookies’ e di ‘app’, ma dall’ingresso dell’Internet delle cose nelle case e nei corpi dei cittadini. Il diritto individuale alla privacy, in quanto individuale, non basta. Occorre una visione collettiva del problema, antimonopolista. [4]
Per questo è auspicabile che realtà scientifiche, politiche e culturali si uniscano per una azione globale volta a implementare ed ottimizzare reti e sistemi a privacy garantita, con una gestione non lucrativa di queste [5], e per imporre il controllo pubblico, su basi di diritto e al di là delle politiche mutevoli dei governi, dei maggiori sistemi di comunicazione digitale e del sapere da essi ottenibile.

Con l’analisi di Shoshana Zuboff (Il capitalismo della sorveglianza, 2019) [6], volta a documentare come l’estrazione dei dati sia una forma di colonialismo capitalista di nuovi territori, non è solo la categoria marxista di plusvalore ad essere riapplicata, per definire come il surplus comportamentale estratto dai dati permetta nuova acquisizione di sapere e nuovi guadagni. Anche il pensiero libertario, con le categorie dell’antiautoritarismo e della organizzazione dal basso, muove un’onda internazionale di sperimentazione riguardo a reti nelle quali la gestione dei dati non sia finalizzata a costruire un sapere oligarchico ma a permettere un sapere condiviso.

Il fenomeno descritto nel documentario The social dilemma [7], nel quale sono ex strutturati delle grandi holding digitali a parlare, descrive l’estensione della dipendenza dai social network e propone il ricorso ad una maggiore disconnessione (vivere nel mondo reale, suggerisce Jaron Lanier, storico teorico della realtà virtuale) e a strumenti digitali di comunicazione e servizi gestiti in ottica no-profit. Così è per Signal, l’applicazione di messaggistica sorretta da una fondazione, la Signal Foundation, finanziata da uno dei fondatori di WhatsApp, Brian Acton. [8]

Alexa, Amazon.

Alexa, Amazon. | Stock Catalog / Flickr


L’attività “alternativa” di personaggi di questa caratura (anche economica, visto il prestito di 50 milioni di dollari a tasso zero effettuato da Acton) dimostra come, in ogni caso, la mole di tecnologia (ed energia) necessaria a gestire una rete di comunicazione che regga la globalizzazione non è per ora alla portata di una organizzazione dal basso. Come nel caso del sistema di “blockchain” che regge le criptovalute, la mole di dati da computare richiede una quantità di denaro e di energia tale da sconfessare sin dall’inizio che anche questo sistema possa essere usato su basi partecipative, e anzi caratterizza la catena come sistema basato sulla correttezza di un unico fiduciario, che sorregge le miriadi di anelli chiusi. [9]

La nuova forma capitalista, denominata da Zuboff come “della sorveglianza”, può essa stessa presentarsi come degna di fiducia e benevola, con Zuckerberg che, mentre offre le sue scuse per le consentite derive virali di alcuni contenuti politici, sostiene di volerci “offrire” un nuovo sistema globale di voto.
Come nell’Internet delle cose, il vasto sistema di produzione di nuovi oggetti connessi che ci “offrono” maggiori servizi in cambio della loro presenza nelle nostre case e nei nostri corpi, niente è gratuito e nemmeno totalmente appartenente all’utente/cittadino.

La cartografia, la costruzione di mappe, come espressione di un Impero [10]. La ubiquità e liquidità dei dispositivi di connessione come sistema di raccolta globale di dati, al di là del nostro volere. Sistemi che costruiscono una conoscenza di noi che va al di là della nostra autocoscienza…il “doppio virtuale” del mondo come nuovo impero capitalista: il paragone di Zuboff coi sistemi di telemetria applicati su animali selvatici torna alle origini del “concetto di rapina” [11] dicendo come il nuovo capitalismo digitale sia interessato ad analizzare il comportamento spontaneo, istintivo, delle persone nei consumi e nel gradimento dei prodotti. Queste tecniche e queste tecnologie, usate per scopi commerciali, sembravano, sino a poco tempo fa, innocenti nuovi espedienti per vendere una ebike customizzata o un servizio bancario costruito “attorno a noi”. Ora non più. Non solo perché è evidente che il tessuto di controllo digitale è già usato in paesi a partito unico per stringere i cittadini in una morsa, quel “attorno a voi” è già manipolazione e potenziale tecnopolizia, non solo customizzazione. Ma perché il sapere estratto dai dati è inaccessibile, e forse anche ingiustificabile.

Apple Watch.

Apple Watch. | Fabian Albert / Unsplash

Non si tratta di un panoptikòn digitale in cui da un centro si sorveglia il tutto, se non al contrario, perché ora la sorveglianza è nelle case, l’estrazione di dati passa nelle scelta di portare al polso durante il sonno uno smartwatch che misura parametri biometrici che ti “aiutano ad impostare una routine della buona notte”, nell’aspirapolvere “in” che mappa le nostre case ritrasmettendone i dati.
Non si tratta solo dell’allarme causato dalla alleanza tra Stato cinese e Alibaba per offrire i “sesame credits” ai bravi cittadini smart… ma anche della nuova competizione tra stati della Unione Europea e lobby private per gestire i flussi di dati. “Plasmare il futuro digitale dell’Europa” [12], il recente documento UE sulla digitalizzazione, non è solo uno strumento per limitare l’uscita di dati di ogni tipo verso paesi non “amici”, ma una dichiarazione di spartizione. L’UE si pone come gestrice istituzionale dei dati dei cittadini a scopo fiscale, statistico, sociale, di ricerca, rivendicando parte di quello strumento di potere e di ricchezza che è l’analisi dei dati. Ma i cittadini e le cittadine, stretti nella morsa tra due tipi estrazione, pubblica e privata, come possono immaginare il loro futuro? La normativa sulla privacy, della quale l’UE vuol continuare a farsi garante [13], non è sufficiente garantirci dai meccanismi di controllo sociale sempre più stringenti, che eliminano ogni zona “grigia” , residuo della libertà di movimento di ognuno, ed il diritto all’anonimato [14].

Gli accordi tra Stati e lobby private per le “grandi vie” di trasmissione dei dati, come il 5G, sono paragonabili a quelli per l’alta velocità per il transito delle merci. I vantaggi per i cittadini, di fronte a questi mastodontici interessi, sono ben pochi.
Non si tratta di criticare l’autoritarismo riferendoci all’ attuale legislazione di emergenza dettata dal tentativo di ostacolare con metodi di s-fortuna, militarizzando la logistica, un virus temibile.
Il tracciamento del movimento delle persone è attività poliziesca statale da sempre, dai tempi del confino, della persecuzione del nomadismo e di alcuni tipi di migrazioni. L’assembramento delle persone è da sempre cruccio del controllo statale. Il punto è se siamo dispost* a tollerare la diffusione esponenziale di sistemi di tracciamento e controllo senza pensare al rischio che questi strumenti siano già funzionali ad una nuova forma di totalitarismo.
Un totalitarismo a due vie: da un lato, l’impossibilità dei cittadini di sfuggire in alcun modo alla repressione, anche con la semplice fuga nei luoghi “dimenticati” (il classico binario ferroviario abbandonato degli uomini e donne libro di Ray Bradbury), perché non esistono più luoghi non mappati; dall’altro la “riservatezza” che blinda accordi commerciali e internazionali [15] e l’assoggettamento a tribunali e parlamenti sempre più “off-shore” rispetto al sapere dei cittadini, persi in una selva di codici proprietari, e di norme statali cangianti e indecifrabili, di contratti sofisticati ed oppressivi.


Note

[1] Citazione del noto slogan del movimento Occupy Wall Street, New York, settembre 2011

[2] Mark Zuckerberg, Building global Community, 11 febrbaio 2017, “…even if that involves building a worldwide voting system to give you more voice and control”.

[3] Si veda anche Sentenza della Corte di giustizia UE nella causa C-311/18 Data Protection Commissioner/Maximilian Schrems e Facebook Ireland: “…Ai sensi del regolamento generale sulla protezione dei dati (in appresso “RGDP”) 1 il trasferimento dei suddetti dati verso un Paese terzo può avvenire, in linea di principio, solo se il Paese terzo considerato garantisce a tali dati un adeguato livello di protezione.”

[4] A proposito del lavoro di Zuboff e di questi argomenti, si veda la videoconferenza-compendio del libro, con materiali in pdf allegati (tra i quali link al lavoro di “disconnessione” della associazione 3x1t.org e del laboratorio offtopiclab.org)

[5] A proposito del vasto movimento per il Free Software si veda Ippolita, Open non è Free, comunità digitali tra etica hacker e mercato globale, Elèuthera, Milano 2005

[6] Shoshana Zuboff, Il Capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri, Luiss University Press, Roma, 2019

[7] The social dilemma, di Jeff Orlowsky, 2020. Il documentario presenta molti dei contenuti sostenuti dal Center for Humane Tecnology, www.humanetech.com

[8] Amy Wiener, Tacking back our Privacy, The New Yorker, ottobre 2020, tradotto in Internazionale n.1397/2021

[9] Primavera De Filippi e Benjamin Loveluck, The Invisible Politics of Bitcoin: Governance Crisis of a Decentralized Infrastructure, Internet Policy Rewiew 5, nr.3, 30 settembre 2016.

[10] Questa citazione “Sono le mappe che creano gli imperi” appartiene al cartografo John B. Harley ed è tratta da S.Zuboff.

[11] V. Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1948)

[12] Plasmare il futuro digitale dell’Europa, conclusioni del Consiglio Europeo, 9 giugno 2020. Il documento esamina e detta le linee guida per la costituzione di una “società dei gigabit europea” e per il dispiegamento del 5G.

[13] A questo proposito vedi il regolamento GDPR 2016/679, relativo alla protezione delle persone fisiche, con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati.

[14] A questo proposito occorrerebbe riflettere senza snobismo su fenomeni che esprimono a livello popolare, e inconscio, la paura per la perdita del diritto all’anonimato.

[15] Si veda a questo proposito il clamore suscitato il 10 febbraio scorso dalla denuncia della parlamentare francese Manon Aubry (con richiesta al Parlamento europeo di istituire una commissione di inchiesta) sulla segretezza degli accordi commerciali tra UE e case farmaceutiche circa la produzione di vaccini antiCovid. Da ricordare che anche il Transatlantic Trade and Investment Partnership-TTIP ha suscitato una campagna di protesta transnazionale a causa della sua segretezza, il fatto che non fosse possibile accedere a nessun documento concernente l’importante trattativa. Si veda l’inchiesta di Report, Rai3, 19 ottobre 2014.

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Pensiero
Francesca Palazzi Arduini

(detta “Dada”) è blogger e studiosa delle nuove forme di comunicazione. Ha collaborato a lungo con A rivista, scritto sul web (Nazione indiana, Carmilla, Critica liberale, Singola), pubblicato e tradotto per Antelitteram, Traccedizioni, Rubettino, La Fiaccola.

Pubblicato:
06-04-2021
Ultima modifica:
06-04-2021
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