La scuola italiana: meno polvere, più pixel

L'istruzione deve riaggiornare la propria organizzazione per cogliere le opportunità offerte dal digitale. La strada è lunga e in salita.

Elena Resta

(1975) vive a Ravenna. È esperta di industria alimentare e si occupa di divulgazione e comunicazione.

La situazione di grandi cambiamenti che stiamo vivendo, seppure con dinamiche ben diverse, rimanda all’Italia degli anni '60, quando il boom economico e i grandi stravolgimenti che questo portava si fece causa di squilibri sociali. Si aprì un importante dibattito su come affrontare il massiccio cambiamento che in quegli anni si stava delineando e il paese si divise tra sostenitori di riforme strutturali e sostenitori di riforme di contingenza.  Oggi è una crisi pandemica che si unisce ad un forte degrado economico che imperversa dal 2008, seppur a ondate, che sta facendo emergere quali siano le aree più deboli a livello strutturale.  

Un ambito in cui è fondamentale interrogarsi è quello dell’istruzione. Il dibattito principale che polarizza l’attenzione dei media e cittadini è quello legato agli aspetti gestionali. Come tornerà a essere erogata l’istruzione dopo la pausa estiva? Da cosa sarà composta la proposta formativa? Nel caso di istruzione a distanza, questa sarà completa di didattica e formazione?

Grande assente è, invece, un dibattito che vada oltre la pratica di processo e metta in campo questioni di sistema. Si rende necessario aprire un dibattito collettivo sulla finalità dell’istruzione, innanzitutto. Ma anche sull’organizzazione di questa in base ai grandi cambiamenti sociali in corso e futuri.

L’attuale assetto scolastico, scarsamente organico e restio al rinnovamento, è diviso dal contesto sociale in cui si colloca e questo esita in una erogazione di servizio spesso disfunzionale o comunque scarsamente sufficiente ad affrontare le sfide reali del paese. La difficoltà evidenziata dalle scuole primarie e secondarie (le università hanno dimostrato di viaggiare su binari ben diversi) nel passaggio alla didattica a distanza in fase di lockdown, l’esclusione in massa dalla fruizione formativa da parte di alunni con difficoltà o disabilità (nonostante siano disponibili strumenti specifici per le varie situazioni anche in caso di didattica a distanza), come anche di un’intera fascia di età (0-6 anni) sono lo specchio di come l’istruzione scolastica si sia arroccata in un concetto di servizio che è sempre più distante dalle esigenze dei cittadini.

Senza auspicare una fruizione scolastica unicamente da remoto, è ormai evidente che è necessario che la scuola si appropri di nodali spazi digitali in modo serio, creando contenuti, dotandosi anche di piattaforme digitali ad hoc per la didattica a distanza.

I ragazzi attualmente all’interno del percorso scolastico hanno appreso le competenze digitali già nei primissimi anni di vita. Sono competenze operative che man mano si affinano e che già attorno ai 6-7 anni sono potenzialmente sfruttabili per stimolare il loro apprendimento ed ampliare in modo concreto il loro bagaglio di conoscenze. Purtroppo, fino ad oggi però, i ragazzi si sono ritrovati a confrontarsi con una scuola molto refrattaria alla tecnologia (secondo un'analisi di Skuola.net la diffusione della Lavagna Interattiva Multimediale fino al 2017 era al 61%, ma al 9% l’utilizzo di materiale didattico digitale). Le videolezioni per come sono state erogate spesso sono risultate sterili, ma se supportate da corrette formazioni del personale e piattaforme idonee rappresenterebbero una vera risorsa. Se registrate, infatti, permettono ai ragazzi di mettere in pausa, prendere appunti in modo più preciso, ragionare di più sull’argomento in modo elaborato ed analitico. Se in tempo reale, anche gli studenti più timidi possono interagire con gli insegnanti ed i compagni liberando la creatività e l’interattività come tanto sanno fare quando di mezzo c’è la tecnologia. Le opportunità per gli studenti con esigenze specifiche o con disabilità offerte dalla tecnologia sono veramente molte; ovviamente il sistema scolastico deve essere strutturato sulle tecnologie e l’innovazione per potere sfruttarne al meglio le risorse.

In un mondo sempre più tecnologico, la scuola italiana non solo è refrattaria a sfruttare la tecnologia (libri digitali, video lezioni, piattaforme di condivisione e di elaborazione di gruppo) ma lo è anche nell’insegnare la tecnologia stessa. In pratica, gli studenti italiani, quando parliamo di innovazione, le conoscenze se le devono portare da casa.  Ancora al 2017, il 55% degli studenti intervistati giudicava nullo o quasi il contributo del percorso scolastico nella costruzione del bagaglio di saperi in ambito digitale (un numero che al Sud sale al 72%). A mancare è un approccio sistemico al problema. Gli istituti sono immobili, non prendono iniziative: solo 1 scuola su 3 (il 32%) lo scorso anno ha organizzato corsi o incontri per migliorare la cultura digitale dei ragazzi (uso dei software, Arduino, coding, ecc.). Decisamente più grave la situazione al Sud: l’84% degli studenti non ha avuto la possibilità di approfondire queste tematiche durante momenti scolastici specifici.

Si rende fondamentale superare i vari approcci gestionali (incluso il Piano Nazionale Scuola Digitale, istituito nel 2015 e che, 5 anni dopo, ha rilevato la sua più totale inefficacia) e ristrutturare il sistema scolastico inserendolo nella cultura e società digitale, supportandolo e sostenendolo con il grande bagaglio umanistico che può ancora contraddistinguerci.

 

scuola, istruzione, digitale, digital divide
Italia - 2017-2020
Elena Resta

(1975) vive a Ravenna. È esperta di industria alimentare e si occupa di divulgazione e comunicazione.

Pubblicato:
10-06-2020
Ultima modifica:
11-06-2020
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