Katniss Everdeen, The Hunger Games (2012) | Copyright: Ansuz Magazine, Flickr

Come la letteratura distopica può favorire l’estremismo

E se effetti della narrativa sulla vita reale fossero più profondi di quanto pensiamo? Una ricerca.

Katniss Everdeen, The Hunger Games (2012) | Copyright: Ansuz Magazine, Flickr
Calvert Jones

è ricercatrice presso il dipartimento di Politica dell'Università del Maryland. È l'autrice del libro Bedouins into Bourgeois: Remaking Citizens for Globalization (2017).

Gli umani sono creature narranti: le storie che raccontiamo hanno profonde implicazioni nel modo in cui vediamo il nostro ruolo nel mondo, e la narrativa distopica continua a crescere in popolarità. Secondo Goodreads.com, una community online che ha raggiunto i 90 milioni di lettori, nel 2012 il numero di libri classificati come “distopici” era il più alto da oltre 50 anni. Il boom sembra essere iniziato dopo gli attentati terroristici negli USA dell’11 settembre 2001. La percentuale di storie distopiche è balzata alle stelle nel 2010, quando le case editrici si sono precipitate per sfruttare il successo dei romanzi di Hunger Games (2008-10), l’avvincente trilogia di Suzanne Collins su una società totalitaria “sulle rovine di un luogo un tempo chiamato Nord America.” Cosa dovremmo pensare del fatto che i romanzi distopici siano così popolari?

Tanto si è scritto sul perché queste narrative siano così accattivanti. Ma un’altra domanda importante è: e allora? È possibile che i romanzi distopici possano influenzare la posizione politica di qualcuno nel mondo reale? Se sì, come? E quanto ci dovremmo preoccupare di questo impatto? Nella nostra ricerca, ci proponiamo di rispondere a queste domande grazie a una serie di esperimenti.

Prima di iniziare, sappiamo che molti scienziati politici potrebbero essere scettici a riguardo. Dopotutto, sembra improbabile che una storia di fantasia – qualcosa noto per essere inventato – possa essere in grado di influenzare la mentalità della gente. Eppure, una serie di ricerche sempre più numerose mostrano come non ci sia un vero e proprio interruttore nel cervello che separa finzione e realtà. Spesso dai racconti di finzione si incorporano insegnamenti nelle proprie convinzioni, comportamenti e giudizi di valore, a volte senza neanche accorgersi di farlo.

La narrativa distopica potrebbe oltretutto rivelarsi particolarmente potente per via del suo essere intrinsecamente politica. Ci focalizziamo qui sul genere distopico-totalitario, il quale dipinge un mondo alternativo cupo e inquietante dove potenti entità agiscono per opprimere e controllare i cittadini, violando costantemente diritti fondamentali. (Sebbene anche la narrativa post-apocalittica, compresa quella sugli zombie, può essere considerata “distopica”, questa ha una impostazione di base molto differente nell’ambito politico, con un’enfasi sul caos e sul collasso dell’ordine sociale, e dunque può potenzialmente influenzare le persone in maniera diversa.)

Certamente le storie distopico-totalitarie sono varie. Per fare qualche esempio noto: tortura e  sorveglianza in 1984 (George Orwell, 1949), espianto coatto di organi nella saga di Unwind (Neal Shusterman, 2007-), chirurgia plastica obbligatoria nella serie Uglies (Scott Westerfeld, 2005-07), controllo mentale in The Giver (Lois Lowry, 1993), disuguaglianze di genere ne Il racconto dell’ancella (Margaret Atwood, 1985), matrimoni combinati dallo stato nella trilogia di Matched (Ally Condie, 2010-12) e disastri ambientali nella saga di Maze Runner (James Dashner, 2009-16). Tutte queste narrative sono però conformi alle convenzioni del genere su personaggi, ambientazione e la trama. Come osservato da Carrie Hintz ed Elaine Ostry, editrici di Utopian and Dystopian Writing for Young Children and Adults (2003), in queste società “gli ideali volti al miglioramento sono andati tragicamente fuori controllo”. Sebbene vi siano delle eccezioni, generalmente la narrativa distopica valorizza ribellioni drammatiche e spesso violente ad opera di pochi coraggiosi.

Una scena di The Handmaid's Tale, tratto dall'omonimo romanzo di Margaret Atwood del 1985 | Joe Flood / Flickr

Per misurare l’impatto che i romanzi distopici hanno sull’inclinazione politica, abbiamo assegnato soggetti da un campione di adulti americani in modo casuale a tre gruppi diversi. Il primo gruppo ha letto un estratto da Hunger Games e poi guardato scene dall’adattamento cinematografico del 2012. Il secondo gruppo ha fatto lo stesso, ma con un’altra serie distopica – Divergent di Veronica Roth (2011-18); quest’ultima mostra gli Stati Uniti in un futuro in cui la società è stata divisa in fazioni dedicate a diversi valori; coloro le quali capacità rientrano in più di una fazione sono visti come una minaccia. Nel terzo gruppo – il gruppo di controllo – i soggetti non sono stati esposti a nessun romanzo distopico prima di rispondere a domande riguardanti le loro inclinazioni politiche e sociali.

Quello che abbiamo scoperto è stato sorprendente. Anche se erano di fantasia, le narrative distopiche hanno influenzato i soggetti in modo profondo, rimodellando la loro inclinazione morale. In confronto al gruppo di controllo, i soggetti esposti ai romanzi erano più inclini dell’8% a dichiarare che gesti radicali come proteste violente o ribellioni armate potevano essere giustificabili. Erano anche più facilmente proni ad affermare che la violenza è alle volte necessaria per ottenere giustizia (con un simile aumento dell’8%).

Qual è il motivo per il quale le narrative distopiche hanno effetti così sorprendenti? Forse è un semplice meccanismo di apprendimento implicito che entra in azione. Le scene d’azione violente possono aver facilmente innescato un senso di eccitazione che fa sentire i nostri soggetti più proni a giustificare la violenza politica. I videogiochi violenti, ad esempio, possono intensificare cognizioni aggressive, e la narrativa distopica spesso contiene immagini violente con ribelli che combattono contro i poteri forti.

Per testare questa ipotesi, abbiamo condotto un secondo esperimento, di nuovo con tre gruppi, e questa volta con un campione di studenti universitari provenienti da tutti gli Stati Uniti. Il primo gruppo è stato esposto a Hunger Games e, come prima, abbiamo incluso un altro gruppo di controllo non esposto ad alcun media. Il terzo gruppo è stato invece esposto a scene violente tratte dalla serie di film di Fast and Furious (2001-), simile in durata e tipo alla violenza degli estratti di Hunger Games.

Ancora una volta, la narrativa distopica ha influenzato il giudizio etico delle persone. Ha aumentato la loro volontà di giustificare azioni politiche radicali rispetto al gruppo di controllo, e gli incrementi erano simili in magnitudine a quelli trovati nel primo esperimento. Le ugualmente violente e adrenaliniche scene d’azione di Fast and Furious non hanno invece avuto questo effetto. Pertanto, le sole immagini violente non sono in grado di spiegare le nostre scoperte.

Il nostro terzo esperimento ha esplorato la possibilità che l’ingrediente chiave fosse il tema stesso – ossia la storia di un cittadino coraggioso che combatte contro un governo ingiusto, sia questo di fantasia o meno. Quindi questa volta il nostro terzo gruppo ha letto e visionato segmenti di media riguardanti proteste nel mondo reale contro le pratiche del corrotto governo thailandese. Filmati della CNN, BBC e altre fonti di notizie mostravano le forze governative in tenute antisommossa intente a usare strategie violente come l’uso di gas lacrimogeni e cannoni ad acqua volte a sopprimere masse di cittadini che protestavano contro le ingiustizie.

Sebbene queste immagini fossero vere, hanno avuto poco effetto sui soggetti. Quelli che si trovavano nel terzo gruppo non risultavano più inclini a giustificare la violenza politica rispetto al gruppo di controllo. D’altro canto, quelli esposti alla narrativa distopica di Hunger Games erano molto più propensi a vedere le azioni politiche estremiste e violente come legittime rispetto a coloro esposti alle notizie del mondo reale. (La differenza era di circa il 7-8%, comparabile ai due esperimenti precedenti.) Nel complesso sembrerebbe dunque che le persone siano più inclini a trarre insegnamenti politici da una narrativa su un mondo immaginario rispetto a racconti basati sui fatti del mondo reale.

Questo significa che i romanzi distopici sono una minaccia alla democrazia e alla stabilità politica? Non necessariamente, anche se il fatto che questi siano a volte soggetti a censura suggerisce che alcuni leader la pensino in questo modo. Ad esempio, La fattoria degli animali di Orwell (1945) è tuttora vietato in Corea del Nord, e anche negli Stati Uniti la top 10 dei libri più spesso bersaglio di richieste rimozione dalle biblioteche scolastiche nell’ultimo decennio include Hunger Games e Il nuovo mondo di Aldous Huxley (1931). Le narrative distopiche propongono l’idea che le azioni politiche violente possono essere una risposta legittima a ciò che viene percepito come un’ingiustizia. Nonostante ciò, gli insegnamenti che si traggono dai media, siano questi di finzione o realtà, non sempre permangono e, anche se permangono, non necessariamente gli si darà seguito.

Le storie distopiche continuano ad offrire una potente prospettiva attraverso la quale le persone possono osservare l’etica della politica e del potere. Queste narrative possono avere un effetto positivo nel tenere i cittadini in allerta rispetto alla possibilità di ingiustizie in una varietà di contesti che vanno dal cambiamento climatico all’intelligenza artificiale e al ritorno dell’autoritarismo in tutto il mondo. Ma la proliferazione di narrative distopiche può anche incoraggiare prospettive estremiste e manichee che semplificano eccessivamente fonti di disaccordo politico reali e complesse. E così mentre la moda del distopico-totalitario può rafforzare il ruolo di “guardiano” che la società ricopre quando chiede al potere di rispondere delle proprie azioni, può anche mandare avanti una retorica (nonché azione) politica violenta che va a opporsi ai dibattiti e compromessi civili basati sui fatti necessari per far prosperare la democrazia. 

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Questo articolo è apparso originariamente su Aeon / Ideas.

distopia, narrativa, finzione, realtà, hunger games
USA - 2020
Calvert Jones

è ricercatrice presso il dipartimento di Politica dell'Università del Maryland. È l'autrice del libro Bedouins into Bourgeois: Remaking Citizens for Globalization (2017).

Traduzione di
Cecilia Benedetti
Pubblicato:
04-05-2020
Ultima modifica:
06-05-2020
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