L'ultimo dei contemporanei: nel silenzio di Don DeLillo - Singola | Storie di scenari e orizzonti

L'ultimo dei contemporanei: nel silenzio di Don DeLillo

Con "Il silenzio" lo scrittore americano torna a scavare nell'incertezza della nostra epoca. Con una storia semplicissima e per questo densa di domande.

Giovanni Bitetto

ha scritto per The Vision, Flanerì, il Tascabile, L'indiscreto. Ha pubblicato il romanzo Scavare (Italosvevo, 2019).

Con i what if non si fa la storia, eppure spesso ci ritroviamo a pensare a “cosa avrebbe detto x di y se fosse stato ancora in vita?”. Difficile che questa domanda appaia cogente con gli autori del recente passato, forse perché la letteratura sembra aver perso da anni la capacità di decifrare appieno il reale. Eppure, ancora oggi, risulta quasi naturale chiedersi: cosa avrebbe detto David Foster Wallace dei social network, degli smartphone, della pandemia? Ma soprattutto perché sentiamo proprio la sua mancanza?

Al di là delle specificità autoriali è innegabile che una certa temperie culturale, quella del postmodernismo americano che va dagli anni Ottanta ai primi Duemila, sembra essere stata – se non l’ultima – una delle ultime finestre letterarie in grado di dirci qualcosa sulla nostra contemporaneità, principalmente per un certo atteggiamento critico, senza essere luddista, nei confronti di sviluppo tecnologico e nuove figure del sapere. Di quella stagione ci rimangono ben poche delle voci maggiori: su tutte i due grandi padri Thomas Pynchon e Don DeLillo. La brutta notizia è che Pynchon si fa sentire poco o nulla (o quando lo fa sembra ripetere se stesso). La buona è che, al contrario, DeLillo sembra ancora desideroso di ragionare sulla contemporaneità con armi ben affilate.

Certo non si può dire che, a questo punto della sua storia, il nativo del Bronx non possa evitare di fare i conti con la propria cifra autoriale. E infatti Il silenzio, l’ultimo smilzo ma fitto romanzo edito da Einaudi, appare come un tentativo di condensare in modo definitivo le sue ossessioni, di illuminare il paesaggio culturale contemporaneo con un’immagine disturbante e di proiettare la propria poetica verso un limite ulteriore che ha il sapore di un testamento.

In DeLillo il contemporaneo si articola secondo alcuni vettori principali. In primis c’è una riflessione sull’immagine come linguaggio dominante del nostro tempo, in fondo lo stesso autore cita Godard fra le sue maggiori influenze. DeLillo rovescia la tesi benjaminiana per cui nella modernità, venuta meno l’aura cultuale dell’opera d’arte, ne rimane solo lo statuto di merce. Nella produzione dell’autore la moltiplicazione dell’immagine riabilita l’aura come unico orizzonte, seppur evanescente, della (post)modernità: la merce si smaterializza e il consumo verte verso l’astrazione, non più consumo di oggetti fisici ma di immagini.

Così in Underworld il video degli omicidi del Texas Highway Killer viene trasmesso in loop dalla televisione: non è importante individuare il colpevole, ma esorcizzare la morte tramite la smaterializzazione e la ripetizione meccanica del gesto sui teleschermi. Allo stesso modo in Body Art la protagonista sopravvive alla morte del marito annullandosi nella visione di «riprese dal bordo di una strada a due corsie». In Rumore bianco una delle scene principali vede il protagonista in pellegrinaggio al «fienile più fotografato d’America» di fronte a cui i turisti «fanno fotografie del fare fotografie», chiara metafora dell’autoreferenzialità della nostra cultura. Questa, riletta ora in epoca di social network, appare quasi profetica (lo stesso Foster Wallace la usò per rileggere la cultura postmoderna televisiva nel seminale E Unibus Pluram). In Libra e Mao II la riflessione sulla coazione alla visione è centrale: nel primo la ricostruzione dell’omicidio Kennedy passa dall’analisi minuziosa del video dell’assassinio, nel secondo si ragiona sullo statuto dell’immagine proprio a partire dalla celebre opere di Warhol. A interessare DeLillo non è l’immagine come evento isolato, ma è l’accumulo delle stesse che modifica definitivamente la percezione umana.

Un uomo bombardato dalle immagini e, allo stesso modo, dalle informazioni, posto di fronte all’angoscia delle nuove possibilità tecnologiche, in grado di elevarsi a divinità grazie alle macchine, ma allo stesso tempo schiavo di esse, sul punto di essere assimilato dalle proprie stesse protesi. In DeLillo l’orizzonte tecnologico assume tratti di ascetismo – ben prima che il tecnoutopismo venisse sdoganato nel mainstream dall’ideologia della Silicon Valley – senza però perdere i suoi tratti più inquietanti. La tecnologia ci dà modo di superare la morte, o almeno questa è la scommessa di molti personaggi delilliani.
In Rumore bianco il Dylar, un farmaco sperimentale, elimina la paura della morte, in Zero K la criogenesi salva il corpo e la coscienza. A donare l’eternità al protagonista di Cosmopolis è quella forma di preveggenza che deriva dalla decifrazione dei flussi finanziari. Eppure ogni utopia nasconde il suo contrario: le promesse di vita eterna di Zero K rimangono un salto nel buio, in Rumore bianco l’angoscia si impadronisce di chi non ha usato lo psicofarmaco, in Cosmopolis un errore di valutazione trasforma l’onnipotenza finanziaria nella più banale sconfitta.

Secondo l’autore, il nostro tempo va verso l’astrazione per censurare il baratro che si nasconde dietro le sovrastrutture culturali occidentali. Spesso si è rilevato che DeLillo, pur afferente alla corrente postmoderna che concepisce il mondo come testo (ne sono un esempio autori come John Barth, Robert Coover, Stanley Elkin o il già citato Thomas Pynchon), di fatto non indugia in sperimentalismi linguistici o arditi giochi formali. È al contrario, per stile e contenuto, un autore essenzialmente realistico. Se l’uomo cerca di fuggire dalla mortalità annullandosi nell’orizzonte tecnologico, è la concretezza della vita a riportarlo alla propria finitudine. Ecco allora che la Storia assume la funzione di maglio in grado di piegare il desiderio superomistico dell’uomo. Attraverso la tragedie ci si riscopre mortali: la nube tossica che minaccia la famiglia protagonista di Rumore bianco, l’attentato alle Torri Gemelle (anni prima che questo avvenisse realmente) preconizzato in Giocatori e poi, nel 2001, descritto in L’uomo che cade, l’assassinio Kennedy come fine brutale di una stagione democratica della storia americana. Ogni evento storico, sebbene di portata simbolica e amplificata dai mezzi di comunicazione, accade nella sua tragica tridimensionalità.

Immagine, tecnologia, esperienza della morte: questi tre ambiti collassano l’uno sull’altro nella narrazione precipitosa de Il silenzio. La vicenda è ridotta all’osso: una coppia è in volo per New York, all’atterraggio raggiungeranno l’appartamento di alcuni amici – una professoressa di fisica in pensione, suo marito e un ex studente dall’aria genialoide – e insieme vedranno il Super Bowl del 2022. Ma all’improvviso l’Evento: la tecnologia digitale smette di funzionare, l’aereo è costretto a un fortunoso atterraggio, nello spaesamento generale i due raggiungono la loro destinazione dove i tre ospiti, altrettanto confusi, speculano sulla natura dell’emergenza e fissano lo schermo nero del televisore. Che sia un blackout naturale, una disfunzione di proporzioni globali, un attacco terroristico o addirittura un intervento sovrannaturale, non ci viene mai spiegato. Rimaniamo a brancolare nel buio come i personaggi di questo prossimo futuro. Perché, come a ricordare le sue pièce teatrali (Valparaiso, La stanza bianca), DeLillo lascia alle voci monologanti dei protagonisti l’onere di esprimere i propri sentimenti e l’angoscia di rapportarsi alla nuova inaspettata realtà.

L’Evento si connota come una sorta di apocalisse silenzioso, il momento in cui la civiltà, arrivata al massimo grado di sviluppo tecnologico, collassa su se stessa. Se, nelle parole dello studioso Frederic Jameson, «il postmodernismo è ciò che si trova di fronte allorché il processo di modernizzazione si è compiuto e la natura è svanita per sempre. Rispetto a quello precedente, si tratta di un mondo più compiutamente umano, nel quale tuttavia la ‘cultura’ è diventata un’autentica ‘seconda natura’», DeLillo prova a immaginare la sua negazione, proiettando la propria poetica verso la dissoluzione.

Lo spaesamento dei protagonisti è originato dalla presa di coscienza che a venire meno è la protesi tecnologica a cui si affidavano. La bolla informazionale da cui erano protetti è stata bucata, si opera dunque un processo di de-realizzazione inverso, per cui riscoprono la propria corporeità e, di conseguenza, la propria mortalità. Allo stesso modo decade l’orizzonte dell’immagine, sparito nella concretezza dello schermo nero. L’evento televisivo più guardato d’America, il Super Bowl (ogni anno con l’indice d’ascolto più alto sul suolo americano), di fatto non più trasmesso, è come se non stesse accadendo: si inceppa il processo di produzione simbolica dell’immaginario occidentale, implode l’infrastruttura tecnologica e con essa il fragile sistema di significati della nostra cultura.

In un certo senso DeLillo si spinge nei territori di Beckett: contrae la forma scritta fino a enucleare i temi fondamentali non solo di questa storia, ma dell’intera sua opera; arriva a speculare sul punto finale della propria parabola poetica. Se per decenni ci ha accompagnato sismografando i mutamenti cognitivi di una civiltà penetrata dal progresso tecnologico, in quest’ultimo episodio si approssima al punto di non ritorno. Un corpo a corpo con la morte di una cultura, dopo che l’autore ha affrontato sul piano simbolico la morte sociale (l’assassinio Kennedy, il terrorismo), la morte fisica (le angosce di Rumore bianco, la corporeità abortita di Zero K) e il trapasso cognitivo (l’inversione della dialettica servo-padrone fra capitale e capitalista in Cosmopolis, lo statuto sfuggente dell’immagine in Underworld e Mao II).

Il contemporaneo inteso come infrastruttura del tempo presente è spinto, con l’ultima estrema intuizione poetica di uno degli autori più rappresentativi del secondo Novecento, nel baratro dell’atemporalità, lì dove la fine si congiunge con un nuovo inizio. Dall’accelerazione tecnologica, biologica e cognitiva si origina una realtà ignota in cui le angosce del presente possono tramutarsi nelle basi per eludere le criticità dell’oggi in un domani differente.

 

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USA - 2021
Arti
Giovanni Bitetto

ha scritto per The Vision, Flanerì, il Tascabile, L'indiscreto. Ha pubblicato il romanzo Scavare (Italosvevo, 2019).

Pubblicato:
09-03-2021
Ultima modifica:
14-03-2021
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