Italia, e oltre l’infinito - Singola | Storie di scenari e orizzonti
Un dettaglio della copertina di "Un buon posto per morire", di Tullio Avoledo
Un dettaglio della copertina di "Un buon posto per morire", di Tullio Avoledo | Copyright: Einaudi

Italia, e oltre l’infinito

Un abbozzo di storia e delle ultime frontiere della fantascienza tricolore.

Un dettaglio della copertina di "Un buon posto per morire", di Tullio Avoledo | Copyright: Einaudi
Umberto Rossi

è insegnante, critico letterario e traduttore. Ha curato il numero speciale di Science-Fiction Studies sulla fantascienza italiana con Arielle Saiber e Salvatore Proietti e scritto una monografia su Philip K. Dick.

Potremmo cominciare dal 1952. Il motivo è presto detto: in quell’anno iniziano le loro pubblicazioni ben tre riviste specializzate, Scienza fantastica, Mondi nuovi, e Urania. Può darsi che le prime due non le abbiate mai sentite nominare, e non ci sarebbe niente di strano: la prima chiuse dopo un anno, la seconda dopo due mesi. Ma Urania è ancora nelle edicole (o sulle librerie online), dopo sessantanove anni di attività ininterrotta. Potremmo quindi dire che la storia della fantascienza in Italia inizia in quel 1952, non a caso agli albori del boom economico, quando l’Italia da paese agricolo si andava trasformando in nazione industrializzata. Sociologicamente parlando, non stupisce che una forma di letteratura che si basa su un immaginario scientifico-tecnologico faccia presa sui lettori italiani proprio nel momento in cui scienza e tecnica hanno un impatto crescente sulla vita del paese: si costruiscono autostrade, si diffonde la radio in tutte le case e nel giro di una decina d’anni arriva la televisione, oggetti di plastica economici e resistenti compaiono in tutti i negozi, aprono i primi supermercati, le famiglie si spostano prima con Vespe e Lambrette, poi con le utilitarie. In un paese così attaccato al proprio passato (tanto che i futuristi avevano coniato il termine “passatista” per sintetizzare tutto quel che non piaceva loro dell’Italietta giolittiana) sembrava arrivato il futuro. E di lì a poco c’era un satellite che ruotava attorno alla Terra, e si chiamava Sputnik; e poi un russo che orbitava, e si chiamava Yuri Gagarin.

Sembrerebbe proprio una buona idea quella di iniziare dal 1952; anche perché l’ideatore di Urania, Giorgio Monicelli (fratello del regista, in famiglia c’era indubbiamente del talento) non si limitò a far nascere la più importante pubblicazione periodica dedicata alla fantascienza, ma inventò la parola fantascienza. Abbiamo modo di parlare della cosa con un nome condiviso, entrato stabilmente nella lingua italiana, proprio grazie a Monicelli e alla sua creatura. Insomma, potremmo dire che la storia comincia proprio qui.

E invece no. La faccenda è un po’ più complicata: la cosa esisteva prima del suo nome. E questo non vale solo per l’Italia: succede anche a inglesi e americani. Se andate a leggere le varie storie della fantascienza (attualmente la più seria e rispettabile è quella pubblicata dall’Università di Cambridge), scoprirete che il termine inglese per il genere, science-fiction, venne inventato nel 1926 da un lussemburghese emigrato negli Stati Uniti e reinventatosi editore, Hugo Gernsback; però Herbert George Wells aveva già pubblicato da una trentina d’anni i romanzi di fondazione della fantascienza, dalla Guerra dei mondi all’Isola del dottor Moreau. E prima di Wells c’era stato Jules Verne, e prima ancora Mary Wollstonecraft Shelley, autrice di Frankenstein, e qualcuno considera Jonathan Swift con i suoi Viaggi di Gulliver un importantissimo precursore…

In Italia, tutto sommato, le cose stanno negli stessi termini. La nascita di Urania nel 1952 segna l’inizio dell’invasione della fantascienza di lingua inglese, ma in Italia già si erano prodotti romanzi appartenenti senza dubbio al genere. Di questa proto-fantascienza nazionale si citano di solito tre titoli: Storia filosofica dei secoli futuri, del 1860, scritto nientemeno che da Ippolito Nievo; L’anno 3000 – sogno, pubblicato nel 1897, di Paolo Mantegazza; e – last but not leastLe meraviglie del duemila, di Emilio Salgari, datato 1907. E non sarebbe il caso di trascurare un romanzo distopico (autenticamente tale), L’uomo è forte, di Corrado Alvaro, uscito nel 1938 e assai verosimilmente tra le fonti di ispirazione di George Orwell per il suo Millenovecentottantaquattro (mi allineo al titolo della nuova traduzione di Tommaso Pincio). Insomma, prima che esistesse la parola fantascienza, la cosa esisteva già, anche se – almeno da noi – viveva una vita non facile.

Una doppia vita, in effetti. Ma questo è vero non solo in Italia. La fantascienza inglese e quella americana, per esempio, hanno storie assai diverse. Quella britannica nasce in un ambiente di letterati e intellettuali (Mary Wollstonecraft era pur sempre la moglie di Percy Bysshe Shelley e amica di Lord Byron; Wells era nipote di uno degli allievi di Darwin, e i suoi primi romanzi vennero approvati anche da uno scrittore sofisticato e snob come Henry James). Quella americana invece nasce sui pulp, le riviste stampate su carta da quattro soldi che si potevano comprare nelle edicole e nei drugstore, nelle stazioni e poi negli aeroporti. La fantascienza inglese nasce colta e impegnata; quella americana parte rivolgendosi a un pubblico quasi proletario, ai tecnici dell’elettricità e dell’elettronica (Hugo Gernsback era un elettricista, in origine, e dirigeva anche una rivista per gli appassionati del fai-da-te che volevano costruirsi apparecchi radio nel garage). La fantascienza inglese si pone subito grandi problemi sociali, politici, filosofici: la Guerra dei mondi di Wells trasforma l’Inghilterra vittoriana da paese colonizzatore in paese colonizzato (dai marziani); quella americana, punta all’avventura e al sense of wonder, la meraviglia che coglie davanti alle strabilianti scoperte della scienza e alle stupefacenti innovazioni della tecnica. Da una parte la serietà dell’impegno intellettuale, dall’altra l’intrattenimento e la ricerca del sensazionale.

Questo duplice binario c’era e c’è anche in Italia. Da un lato, come abbiamo visto, Ippolito Nievo, che rientra nel canone della letteratura italiana, uno scrittore insegnato nelle scuole; dall’altro Emilio Salgari, supremo intrattenitore, che sfornava un romanzo d’avventura dopo l’altro per tirare a campare. Andando avanti nel tempo, abbiamo scrittori canonici, rispettati dalla critica come Alvaro, e poi Primo Levi (due raccolte di racconti di fantascienza, Storie naturali e Vizio di forma), e Mario Soldati (Lo smeraldo); senza tralasciare il Landolfi di Cancroregina e il Calvino di alcune delle Cosmicomiche. Dall’altra parte, gli scrittori che si sono formati leggendo fantascienza (per lo più in traduzione, gli Urania, i Galassia, poi i Cosmo Oro e Argento), primi tra tutti quelli che, nei primissimi anni della rivista mondadoriana potevano pubblicare a patto di nascondersi dietro pseudonimi, come Roberta Rambelli; quelli che cominciavano come appassionati, come fan, e poi prendevano il coraggio a due mani e scrivevano. Due nomi tra tutti da citare: Lino Aldani e Gianni Montanari (del primo, va letto Quando le radici, a suo modo un testo ormai storico; del secondo il cupo e distopico La sepoltura).

Vogliamo parlare di fantascienza alta e fantascienza bassa, allora? No, non mi pare corretto. Primo Levi era un grande lettore di Dante e dei classici della nostra letteratura, certo; però aveva anche letto i pulp americani negli anni Cinquanta, e nei suoi racconti è evidente l’influsso della cosiddetta sociological science-fiction dei Pohl e dei Kornbluth. Montanari era uno dei due redattori della rivista Galassia; era un traduttore di fantascienza, certamente; era ben dentro il fandom, il mondo degli appassionati del genere; ma ne La sepoltura ci senti pure Camus ed Elio Vittorini, tanto per dire. Tra gli scrittori che arrivano alla fantascienza da fuori e quelli che si formano al suo interno non c’è un muro, ma c’è tutto un connettivo che stiamo pian piano ricostruendo.

Non è un’impresa facile. Della fantascienza italiana si dovrebbero occupare gli studiosi di letteratura italiana, per ricostruire con rigore e precisione i percorsi, stabilire quali sono i testi fondamentali e quelli di seconda fila, analizzare, interpretare, smontare… Ma questo non è successo. L’italianistica, specie quella accademica, ha sempre avuto una forte antipatia per le narrazioni fantastiche e per la fantascienza in particolare. Strano per un paese che considera padre quel Dante Alighieri che ci ha lasciato un poema visionario, dove un uomo vivente viaggia nell’aldilà, incontra i morti più famosi, e alla fine sale al cielo e vede Dio (e non per modo di dire). Eppure, i nostri maggiori critici letterari la fantascienza o la ignorano o la deprecano. Perché ci sia questa pregiudiziale contro il fantastico non è facile a dirsi; chi ha cercato di delineare la storia della fantascienza in Italia ha proposto varie spiegazioni: il monopolio culturale cattocomunista, l’eredità crociana, la propensione a esaltare il passato delle italiche lettere (le tre corone, Dante Petrarca Boccaccio) a scapito del contemporaneo, la diffidenza verso scienza e tecnica, un conservatorismo derivante dalla necessità di seguire le impronte dei critici precedenti se si voleva far carriera… è un problema ancora da discutere e da risolvere, questo, anche perché capire come mai c’è stata sempre una svalutazione della fantascienza negli studi italianistici potrebbe aprire la porta a un cambio di atteggiamento, ad abbandonare le chiusure ottuse e miopi.

E oggi? Le due correnti ancora esistono. Uno dei più interessanti romanzi italiani di fantascienza recenti, Il potere, di Alessandro Vietti, è stato pubblicato da Zona 42, casa editrice specializzata, ed è opera di un autore che proviene dal fandom, ma che dà prova di capacità narrative di una certa sofisticazione; sul versante più letterario bisognerebbe annoverare invece Laura Pugno, che è anche poetessa, col suo Sirene. E anche nel caso della Pugno, nella sua scrittura c’è tanto J.G. Ballard, scrittore inglese che non si è mai vergognato di star ben dentro la fantascienza (e pubblicò all’inizio su New Worlds, rivista caposaldo del genere nel Regno Unito). Poi abbiamo Valerio Evangelisti, uno scrittore che si è mosso su più territori, dalla fantascienza al fantastico al giallo al romanzo storico; di formazione storico (e si sente), Valerio ha realizzato un ciclo di imponenti dimensioni, quello dell’inquisitore Nicolau Eymerich, ibridando il giallo (dal quale proviene l’idea del personaggio ricorrente, alla Sherlock Holmes) al fantastico e alla fantascienza, ma derivando idee e immagini e simboli da una pluralità di fonti (dalla qabbalah ebraica all’alchimia alla psicanalisi junghiana). Da Bologna viene anche Enrico Brizzi, più noto per il suo iper-bestseller Jack Frusciante è uscito dal gruppo; dopo il duemila Brizzi ha scritto una notevolissima trilogia ucronica, costituita dai tre romanzi L’inattesa piega degli eventi, La nostra guerra e Lorenzo Pellegrini e le donne, dove immagina un’Italia alternativa nella quale il Duce si alleò con Impero Britannico, Stati Uniti e Unione Sovietica, vinse la guerra contro Hitler, e morì di vecchiaia negli anni Sessanta. Un esperimento interessantissimo di controstoria, e un’amara riflessione sull’Italia di ieri e di oggi; ma anche un autentico tour de force stilistico nella ricerca di quel che sarebbe stata la lingua italiana se non ci fosse stata la colonizzazione culturale americana dopo il 1945.

Colonizzazione che, entro certi limiti, ha a che fare anche con la fantascienza. Non ci possiamo infatti nascondere che proprio Urania, rendendo disponibile le visioni futuribili (e non) degli scrittori a stelle e strisce a basso prezzo in tutte le edicole della repubblica, ha contribuito ad avvicinare la cultura italiana a quella americana forse più di Cesare Pavese ed Elio Vittorini. Chi scrive può tranquillamente affermare che se non fosse stato per la fantascienza non si sarebbe laureato in Lingue e letterature straniere moderne con una tesi di americanistica: la fantascienza, in effetti, ha cambiato la mia vita. Ma allora noi fantascientisti siamo stati in qualche modo assoggettati dall’imperialismo culturale dello Zio Sam? Non è impossibile, però è anche vero che attraverso l’immaginario fantascientifico non ci è arrivata solo l’esaltazione degli Stati Uniti e delle loro magnifiche sorti e progressive: ci è arrivata anche la critica di stampo marxista di Pohl & Kornbluth, la contestazione controculturale di Philip K. Dick e Ursula K. Le Guin, la denuncia del razzismo e della repressione sessuale di Samuel L. Delany, la visione afrofuturista di Octavia Butler e N.K. Jemisin, la satira feroce e tagliente di Barry Malzberg e Thomas M. Disch.

E come non nominare Tullio Avoledo, lo scrittore forse più interessante in attività in ambito fantascientifico (per quanto non si possa racchiudere tutta la sua opera in quel territorio). In lui, in un certo senso, si raccordano entrambe le correnti, quella dei duri e puri e quella dei letterati che accedono alla fantascienza dall’esterno. I suoi romanzi sono intessuti di citazioni di opere letterarie, poesie, musica, che attestano una notevole ampiezza di letture e influenze; ma rigiocano l’immaginario fantascientifico legandolo sempre a un territorio specifico, quello del Friuli, dove Avoledo è nato e vive, coniugando i tempi e gli spazi cosmici della fantascienza con un potente senso del locale, potremmo dire addirittura del regionale, senza mai diventare provinciale. Inviterei tutti a leggere La ragazza di Vajont e L’anno dei dodici inverni, per capire come si possa scrivere fantascienza senza se e senza ma, però restando italiani (e friulani, ovviamente) nel senso migliore del termine. Ma tutta la produzione di Tullio ha echi fantascientifici e sfrutta abilmente i dispositivi testuali del genere, dai viaggi nel tempo alla storia alternativa all’esplorazione dello spazio (con ricorrenti figure di astronauti), per non parlare di una reale immaginazione distopica (in una vena decisamente comica e grottesca in Furland©, in una tonalità più tragica ne La ragazza di Vajont).

Non c’è neanche bisogno di dire che consiglio la lettura di tutte le opere citate in questo articolo, e le ritengo una valida introduzione alla fantascienza italiana. Però voglio concludere (per ora) con quattro libri di saggistica di tutto rispetto, prodotto di un trio di giovani studiosi che sta facendo parecchio per cartografare la terra relativamente incognita della nostra fantascienza. Innanzitutto, Fantascienza italiana: Riviste, autori, dibattiti dagli anni Cinquanta agli anni Settanta, di Giulia Iannuzzi, che ripercorre l’arrivo della fantascienza americana in Italia e la storia delle principali riviste; e sempre di Giulia Distopie, viaggi spaziali, allucinazioni: Fantascienza italiana contemporanea, quattro ritratti di autori da conoscere (oltre ad Aldani, già nominato, Vittorio Curtoni, Gilda Musa e Vittorio Catani). Poi c’è la premiata ditta Brioni & Comberiati, che ci ha dato una notevolissima monografia, Ideologia e rappresentazione: Percorsi attraverso la fantascienza italiana, lavorando tra letteratura, cinema, televisione e fumetti. Daniele Comberiati e Simone Brioni vivono ora e insegnano all’estero (in Francia il primo, negli Stati Uniti il secondo), e questa loro dimensione internazionale si è materializzata in una monografia in inglese, Italian Science Fiction: The Other in Literature and Film, che costituisce un coraggioso tentativo di far conoscere i nostri autori fuori dai nostri confini. Queste quattro monografie le raccomando a chi voglia approfondire l’argomento.

Ma ci torneremo, perché ci sono ancora tanti nomi e titoli da conoscere. Mi perdoneranno, spero, quelli che non ho nominato stavolta; però arriverà il loro momento. Siamo appena all’inizio di un viaggio che ci porterà, per citare un grande film di fantascienza, fino a Giove e oltre l’infinito.

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Questo articolo è parte della serie:  L'Italia e la fantascienza
Italia - 1952-2021
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Umberto Rossi

è insegnante, critico letterario e traduttore. Ha curato il numero speciale di Science-Fiction Studies sulla fantascienza italiana con Arielle Saiber e Salvatore Proietti e scritto una monografia su Philip K. Dick.

Pubblicato:
10-05-2021
Ultima modifica:
03-06-2021
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