Perché non è possibile prepararsi al peggio - Singola rivista
I membri dell'equipaggio dell'Apollo 1. Il 27 gennaio del 1967 perderanno la vita in un'esercitazione.
I membri dell'equipaggio dell'Apollo 1. Il 27 gennaio del 1967 perderanno la vita in un'esercitazione. | Copyright: Nasa / Flickr

Perché non è possibile prepararsi al peggio

Per fare informazione bisogna usare con molta attenzione l'espressione "worst-case scenario". Non serve quasi a niente e alimenta la paura.

I membri dell'equipaggio dell'Apollo 1. Il 27 gennaio del 1967 perderanno la vita in un'esercitazione. | Copyright: Nasa / Flickr
Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

Ci sono molti proverbi che si contraddicono ("Chi fa da sé fa per tre" / "L'unione fa la forza", "Chi la dura la vince" / "Chi litiga con il muro si rompe la testa"), e lo stesso succede con le frasi fatte.
Un esempio è "Prepararsi al peggio" / "Al peggio non c'è mai fine": come è possibile prepararsi alla catastrofe, se questa è solo il punto di partenza di una catastrofe ancora più grave?   

Nelle teorie della gestione del rischio si definisce worst-case scenario la situazione peggiore che ci possiamo immaginare. Più precisamente, la situazione più negativa che è possibile estrapolare a partire da un'analisi di tipo razionale.

Ma perché un worst-case scenario sia davvero worst, è probabile che questo presenti al suo interno una parte che non possiamo prevedere, detto altrimenti, portare un'ulteriore cattiva sorpresa ("Non c'è due senza tre!").
E allora prepararsi al peggio, semplicemente, non si può. Non basta la nostra immaginazione, non basta il metodo razionale. Tutta la nostra episteme verrà sempre spiazzata, sia che si basi in modo soggettivo sul "buon senso", come la vulgata popolare, sia che si adoperino gli strumenti oggettivi delle teorie scientifiche.   

Tra "prepararsi al peggio", e "al peggio non c'é mai fine", è necessario farne fuori una, e conviene scommettere che sia proprio la prima, perché "prepararsi al peggio" è appunto un'espressione che presenta gli stessi dilemmi del worst-case scenario, è contraddittoria e irrisolvibile.

Cosa vuol dire prepararsi al peggio? Ragioniamo usando due situazioni, una storia particolare e una generale.

La storia particolare. Una donna, provandosi un vestito davanti allo specchio, scopre di avere sulla schiena una macchia, nera e dalla forma irregolare, che fino a quel momento non aveva notato.

La storia generale. Il processo di scioglimento dei ghiacci polari ha registrato un'ulteriore accelerazione. È la terza registrata negli ultimi due decenni.

In entrambi i casi è assolutamente lecito preoccuparsi. Ma qual è la cosa più giusta da fare?
Probabilmente, in entrambi i casi, è armarsi di sano raziocinio e indagare su quale sia la natura del fenomeno senza prepararsi al peggio, perché ciò non aiuterebbe, anzi, non farebbe che peggiorare la situazione: genererebbe depressione, rabbia, frustrazione e paura nel primo caso; eco-ansia, massicce migrazioni e crollo del mercato immobiliare nelle zone costiere a livello globale nel secondo.

Estremizzare un rischio non dà particolari vantaggi nel risolverlo ed è controproducente nel breve periodo. Come detto, il worst-case scenario è lo scenario che non siamo riusciti a prevedere e che si ha sconfitti. Conviene concentrarci sui worse-case, scenari anche molto peggiori di questo, senza perdere la logica e il contatto con la realtà. ("Non fasciarti la testa prima di essertela rotta!")

Sembra ragionevole e di immediata comprensione, eppure viviamo in un'epoca che abusa di questa espressione. Ma il punto è che il worst-case trova il suo senso se inserito nel contesto originario, la gestione del rischio e l'economia (qui la strategia si completa includendo nell'analisi i costi e gli effetti collaterali che questa comporta), ma è debole - e nocivo - se applicato tout court ad altri contesti.

L'appello a prepararsi al peggio è irrazionale ed è funzionale a fare da leva sugli istinti: allestire un bunker antiatomico negli anni '50, come oggi suggerire lo scenario in cui una pandemia ucciderà il 60% della popolazione mondiale. Per quanto possibile e viste le condizioni di sviluppo a cui l'umanità assiste, sempre più probabile, ciò non toglie che non sia l'approccio più razionale con cui affrontare il problema.

Fare informazione - e quindi sensibilizzare, creare consapevolezza, preparare il terreno di azione, anche radicale - è di nuovo usare i termini nel modo giusto. Il loro utilizzo aberrante, al contrario, è fare clickbaiting con il catastrofismo.  

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Globale - 2020
Pensiero
Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

Pubblicato:
02-06-2020
Ultima modifica:
25-08-2020
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