Vivere a pieno le antinomie - Singola rivista
The age of wonder
The age of wonder | Copyright: Robert Montgomery / Flickr

Vivere a pieno le antinomie

Breve scambio sull'accelerazionismo, nelle sue premesse e le sue diramazioni.

The age of wonder | Copyright: Robert Montgomery / Flickr
Intervista a Tiziano Cancelli
di Giuseppe Luca Scaffidi
Tiziano Cancelli

(1989) è giornalista culturale e traduttore. Scrive di filosofia e culture digitali su diverse riviste. Ha pubblicato il saggio How to accelerate (Tlon, 2019).

Giuseppe Luca Scaffidi

collabora con La Stampa e con il magazine radicale menelique. Suoi scritti sono apparsi su Pandora, The Vision, DINAMOpress, Jacobin Italia, Forbes e altri.

Negli ultimi anni, complice la preziosa attività divulgativa portata avanti da riviste militanti come Prismo, Alfabeta2 e Not, il mercato editoriale italiano ha intersecato il crescente interesse di una sempre più vasta platea di lettori verso l’opera di autori legati all’accelerazionismo, una corrente di pensiero estremamente eterogenea, più simile a un magma multidisciplinare di idee provenienti da campi del sapere diversi tra loro (letteratura, musica, theory fiction, fantascienza, teoria critica) che a una filosofia in senso stretto, ma che condividono un assunto centrale, ossia la convinzione che “L’unica via d’uscita è la via attraverso”. Di accelerazionismo – e della sua funzione di lente interpretativa attraverso cui leggere le incongruenze del presente – abbiamo discusso con Tiziano Cancelli, autore di How to accelerate (Tlon Edizioni, 2020), efficace saggio divulgativo nato dall'ambizione di fornire al lettore neofita un quadro solido dello stato dell’arte di questa forma di “eresia politica”, dalle sue manifestazioni embrionali alle sue più recenti configurazioni.

Giuseppe Luca Scaffidi - Vorrei partire con una domanda parecchio telefonata, ma nondimeno necessaria: com’è nata l’idea di dare corpo a un volume del genere, allo stadio attuale un unicum nel panorama editoriale italiano?

Tiziano Cancelli - Rispondere a questa domanda mi toglie un po’ di merito, dato che l’idea non è nata da un mio impulso diretto.  Mi interessavo di tematiche variamente legate all’accelerazionismo per puro interesse personale, incuriosito da un oggetto di studio oscuro, ammantato da un fascino un po’ esoterico e un po’ underground: nelle bolle non specialistiche che frequentavo se ne parlava sempre più insistentemente e alcune idee – connesse principalmente alla galassia del left accelerationism – avevano iniziato a circolare anche in ambienti meno esplicitamente legati alla theory, ma mai avrei pensato di scrivere un libro su questi temi; l’occasione è nata durante un appassionato colloquio con il direttore editoriale di Tlon, Matteo Trevisani, che, interessato al lavoro che stavo svolgendo su Il Tascabile (all’epoca scrivevo soprattutto di intelligenza artificiale), mi ha chiesto di dare corpo a un compendio divulgativo di questa corrente e di tutte le sue diramazioni, prendendomi un po’ in contropiede: inizialmente ero un po’ spaesato, non immaginavo che tipo di pubblico avrebbe potuto intercettare un prodotto del genere ma, col senno di poi, posso dirmi davvero soddisfatto di ciò che abbiamo creato: siamo fieri di aver fornito uno strumento utile a chiunque dovesse avvertire la necessità di approcciare questi temi.


GLS -
 How to accelerate è un saggio impegnativo, perché approfondisce verticalmente – e anzi, tenta di ricondurre a sistema – i principi generali di una dottrina (per quanto questo termine possa risultare idoneo) “sotterranea”, sorta in un territorio posto alle estreme periferie dell’accademia (la CCRU) e, successivamente, proliferata in sedi non propriamente “istituzionali”, come i blog e i forum di discussione dedicati. Nel leggerlo, sono rimasto colpito dal minuzioso lavoro di documentazione che hai svolto. Che difficoltà hai incontrato nel reperimento del materiale?

TC - Trattandosi di un argomento così di nicchia, la ricerca delle fonti non è stata semplicissima: nella stesura del testo, il primo scoglio da superare è stato senza dubbio la scoperta di Nick Land: non ho problemi a definire quello con Land un incontro violento. Quando ho iniziato ad approcciare i suoi scritti, ho avuto finalmente contezza della complessità insita nell’oggetto che stavo tentando di trattare: mi sono trovato di fronte a un sostrato filosofico di assoluto spessore, magmatico, difficile da penetrare: si passava dagli scritti su Kant e Bataille alla schizoanalisi di Deleuze e Guattari, sino a sfociare in luoghi esoterici, nella numerologia e nella Qabbalah. Restituire in maniera chiara un percorso teorico così frastagliato ha rappresentato, senza dubbio, il primo, grande ostacolo da superare. Un’altra bussola fondamentale nella stesura di How to accelerate è stata la preziosa consulenza di un grande esperto di questi temi, Claudio Kulesko, che è stato un po’ il Virgilio di questo viaggio: ha saputo indirizzarmi su molti punti che non mi erano chiari, consentendomi di individuare tutti i rizomi nascosti in un retroterra estremamente composito. Essenziale è stato poi l’ausilio di Tommaso Guariento – i suoi scritti e quelli di Claudio sono citati direttamente come fonti nel mio libro –, soprattutto l’efficace introduzione al pensiero di Land pubblicata sulla rivista Lo Sguardo. Dopodiché ho dovuto, giocoforza, sviscerare tutto il materiale “sotterraneo”, in primis i contenuti presenti sul blog Xenoghotic, fra i più attivi nella diffusione e nell'approfondimento delle tematiche accelerazioniste, che mi hanno permesso di attingere a materiale d’archivio e di leggere diversi confronti tra personaggi che vengono ascritti, a vario titolo, a questa corrente di pensiero. Ovviamente, riviste come Prismo e Not hanno giocato un ruolo importante, dato che trattavano questi temi ben prima che diventassero mainstream.



GLS - Uno dei tratti essenziali dell’accelerazionismo è il valore “euristico” e rivelatorio attribuito alla cultura pop, che da elemento marginale assurge al grado di lente interpretativa attraverso la quale leggere le contraddizioni del mondo contemporaneo (basti pensare a quanto Mark Fisher ha saputo sviscerare a partire dall’analisi di una canzone degli Arctic Monkeys). Che ruolo può giocare la fiction nell'elaborazione di una teoria?

TC - Senza dubbio un ruolo importante: l’unico modo per provare a comprendere questi tempi è calarsi nella sua complessità, viverne a pieno le antinomie. Da questo punto di vista, un concetto a cui sono molto affezionato è quello di Repurposing, sviluppatosi in particolare nell’ambito dello xenofemminismo; semplificando al massimo, si tratta di fare archeologia: riprendere oggetti, temi e concetti esistenti per riutilizzarli in vesti nuove, individuare significati non palesati nelle cose, attribuire loro valori inosplorati, produrre il crollo delle barriere e delle divisioni, recuperare futuri perduti e favorire l’ibridazione tra elementi apparentemente distanti tra loro. La theory fiction è essenzialmente questo, un mix fertile in grado di dare vita a nuove realtà e immaginari inediti: non escludo che un mio ipotetico secondo libro possa partire proprio da questa premessa. Non a caso mi interesso moltissimo di magia, storia delle religioni ed esoterismo, elementi che, a mio parere, si prestano a simili operazioni di “archeologia del possibile”.


GLS -
 Tra i concetti sviluppati nell’ambito della galassia accelerazionista, quello di iperstizione è forse tra i più aderenti alla realtà, dato che la nostra contemporaneità può essere considerata come un mosaico di profezie che, nel corso del tempo, hanno finito in qualche modo per auto-adempiersi: i primordi della catastrofe ambientale erano già stati efficacemente descritti nel 1972 dal Club di Roma, siamo costantemente calati negli anfratti del cyberspazio tratteggiato da William Gibson e gli sviluppi tecno-predatori del “socialismo con caratteristiche cinesi”, con il suo sconfinato potenziale in termini di sorveglianza e controllo, rappresentano quanto di più vicino alla transizione al post-umano si possa osservare. Alla luce di questi sviluppi, che utilità può avere il concetto di Singolarità?

TC - Non credo che il tema dell’approdo alla Singolarità possa avere un qualche tipo di riscontro nella realtà: è un concetto tecno-ottimista, sicuramente utile nell’elaborazione di impalcature teoriche, ma privo di risvolti pragmatici. Certo, l’intuizione landiana sulla Cina è stata chiaramente profetica, ma per circoscriverla non utilizzerei il concetto di “iperstizione”: si è trattato piuttosto di una divinazione. L’iperstizione è legata a doppio filo al potere magico: è più simile a un discorso di attrazione tra forze, una sorta di ipersigillo, una rivelazione che necessita di un particolare dispendio energetico, un attrattore di futuri possibili che deve essere invocato. L’impiego della nozione di iperstizione è molto più utile nella codificazione altri temi, come ad esempio l’elezione di Trump: in quella circostanza, abbiamo avuto davvero una modificazione del reale a partire dagli scenari nati dalla fantasia di un gruppo di persone, una forza in gioco che poi ha avuto riverberi nella realtà.


GLS -
 In conclusione, soffermiamoci sull’accelerazionismo di sinistra e sulla sua relazione con la tecnologia. Il L/acc ha avuto il merito di ricucire i legami col marxismo, tentando però di superarne tanto la tensione “produttivista” (attraverso l’implementazione di una visione radicalmente anti-lavorista) quanto quella “luddista” (vedendo nella tecnologia un fattore di liberazione, non di oppressione). Negli ultimi anni, il discorso sulla sostituzione tecnologica ha tenuto banco tanto nei think thank più spiccatamente di sinistra, quanto in istituzioni più legate al mantenimento dello status quo neoliberale, come il World Economic Forum di Davos. Nel 2017, il rapporto A Future That Works: Automation, Employment, and Productivity, realizzato da McKinsey & Company, ha rilevato che il 49% delle mansioni svolte oggi da persone fisiche saranno completamente automatizzate. Nel 2019, lo stesso Wef stimato che, nell’arco dei prossimi cinque anni, potremmo assistere alla creazione di 133 milioni di nuove posizioni lavorative, a fronte dell’automazione di 75 milioni di mansioni, con un conto netto di 58 milioni di nuovi posti di lavoro. In un contesto in cui il dibattito sull’automazione appare costantemente in bilico tra la sua valenza utopica (liberare la forza-lavoro dalle problematicità del lavoro salariato) e i suoi risvolti distopici (creare pericolose risacche di disoccupazione, rendendo buona parte delle mansioni esistenti obsolete), qual è la tua presa di posizione sul tema?

TC - In tutta sincerità, non penso ci sia un solo modo di approcciare la questione. Quello dell’automazione è un problema complesso che non può essere ridotto a chiacchiericcio da bar, poiché trascina con sé dei danni potenziali enormi, dovuti principalmente al bias cognitivo della programmazione; diversi studi dimostrano come buona parte della sostenibilità di questo paradigma sia basata sullo sfruttamento di lavoro salariato: nei paesi in via di sviluppo, la sostituzione tecnologica ha prodotto crisi di lavoro macroscopiche che nessuno va a tamponare; negli Stati Uniti, l’automazione dei servizi sociali è alla radice di un drammatico inasprimento delle diseguaglianze. In Inventing the future, Srnicek e Williams compiono uno slancio d’immaginazione importante: nel loro orizzonte concettuale, l’automazione (unitamente alla predisposizione di un reddito di base universale incondizionato) può creare le premesse per una vita, finalmente, oziosa, non sacrificata ai dettami del Capitale. Il loro lavoro dimostra che, su un piano politico, parlare di automazione può essere importante per immaginare nuovi futuri possibili, per scorgere cosa si annida "oltre" il capitalismo. Tuttavia, il rischio che il discorso sull’automazione si trasformi nella base per la costruzione di narrazioni semplicistiche di problemi molto più strutturati è concreto: bisogna trattare l’oggetto con estrema cautela. 

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Globale - 2020
Pensiero
Tiziano Cancelli

(1989) è giornalista culturale e traduttore. Scrive di filosofia e culture digitali su diverse riviste. Ha pubblicato il saggio How to accelerate (Tlon, 2019).

Giuseppe Luca Scaffidi

collabora con La Stampa e con il magazine radicale menelique. Suoi scritti sono apparsi su Pandora, The Vision, DINAMOpress, Jacobin Italia, Forbes e altri.

Pubblicato:
12-11-2020
Ultima modifica:
01-11-2020
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