Il celebre graffito di Banksy, Bristol, UK
Il celebre graffito di Banksy, Bristol, UK

Storie a distanza di sicurezza

Rileggere "Amore liquido" di Zygmunt Bauman a quasi venti anni dalla sua pubblicazione.

Il celebre graffito di Banksy, Bristol, UK
Silvia Zidarich

è psicologa, scrittrice e comunicatrice scientifica. 

Se una volta il quadro più romantico di una storia a distanza ritraeva una stazione dei treni affollata, sferragliare di rotaie, cappotti umidi, occhi umidi, e i rintocchi dei minuti sul tabellone delle partenze che scandiscono baci e promesse, ora, che ogni ambito della nostra vita è stato investito dalla trasformazione digitale, è più probabile che il kit dell’amore lontano comprenda auricolari pigiama tazza di tè, sorrisi pixelati, sospiri un po’ scattosi, una dotazione di smile a forma di cuore. Ma, qualunque sia lo sfondo sul quale si svolge, stazioni umide o pixel sorridenti, la sfida rimane la stessa: scommettere su un sentimento aldilà di una barriera, fisica e mentale.

Barriera, sì, ma divisoria, o piuttosto protettiva? È cioè possibile che la storia a distanza, aldilà degli ostacoli che pone, si offra anche come riparo da alcune paure tipiche del nostro tempo, prima tra tutte la paura del legame?

Una combinazione fortuita di problematiche e risorse tipiche della società contemporanea ha preparato il terreno per l’affermarsi di questo tipo di relazione, che in Italia coinvolge attualmente circa quattro milioni di innamorati, prevalentemente giovani, e che in Paesi come gli Stati Uniti è una condizione ancora più diffusa. Tra le problematiche, sicuramente la crescente tendenza a rendersi individui “mobili” per cercare condizioni di vita migliori. Dai flussi migratori su scala globale agli spostamenti locali dei pendolari, non c’è dubbio che la dislocazione dei propri punti di interesse, la disponibilità a mettersi in movimento, rappresenti un tratto costitutivo della modernità, nonché un requisito preferenziale di tutto ciò che vuole definirsi competitivo in una società globalizzata. Da accidentalità, la distanza è diventata inevitabilità, da intervallo, permanenza. E come tale destinata a pesare su tutte le nostre scelte di vita. Ma la mobilità non è solo un attributo geografico. È altresì una caratteristica psicologica dell’uomo moderno, un valore strategico per adattarsi alle nuove esigenze da essa imposte. La liquidità, brillante chiave di lettura introdotta da Zygmunt Bauman, o liquefazione di tutto ciò che un tempo era fisso, dalla residenza al matrimonio, si riflette in un nuovo ideale di vita basato sulla continua ricerca dell’autorealizzazione, una ricerca che non può permettersi di fermarsi mai, pena il rimpianto di non averci provato abbastanza. Per risorse, invece, si intendono tutti i dispositivi digitali di ultima generazione che, aldilà dell’ambivalenza che li vede di volta in volta accolti con euforia o con diffidenza, hanno oggettivamente aumentato le nostre possibilità di tenerci in contatto.

Ecco quindi che il desiderio di amare e di essere amati si trova a destreggiarsi tra la necessità di spostarsi e la nostra orgogliosa spinta all’autodeterminazione. Passato di moda l’ideale romantico di chi “rinuncia a tutto per amore”, oggi gli innamorati a distanza costituiscono un esercito coraggioso di individui che ogni giorno affrontano le insidie di appuntamenti virtuali e di connessioni scadenti, di gelosie esagerate e aspettative programmate, di treni soppressi, di calcoli geometrici per incastrare i weekend tra festività lavorate famiglia amici e spazio per sé stessi, di discussioni al telefono che sono molto diverse dalle discussioni vis-à-vis, perché sbattere il telefono a ottocento chilometri di distanza significa recidere l’unico filo di comunicazione che viaggiava finora su onde invisibili sopra case campi autostrade e che ora amplifica nel vuoto fisico la paura di perdersi; chi è più attento, poi, avrà notato che ad ogni incontro bisogna un po’ conoscersi di nuovo, perché se all’”altro digitale” ci siamo abituati, con “l’altro fisico” dobbiamo ri-familiarizzare ogni volta che lo vediamo, fino a e quando arriverà il momento di salutarsi di nuovo e di nuovo abituarsi alla sua versione incorporea. Nella consapevolezza che questo lavorio psichico verrà ripetuto mese dopo mese, anno dopo anno, fino a quando gli astri non troveranno il modo di ricongiungere le due metà della mela, sempre con il terribile quesito sullo sfondo, se nella vita analogica continueremo ad amarci oppure no.

A qualcuno potrebbe venire da chiedersi: ma chi ce lo fa fare? Non sarebbe più semplice trovarsi un partner vicino?

E se provassimo per un attimo a ribaltare la questione?

Se è vero che la liquidità baumiana si è infiltrata in ogni fondamenta delle nostre strutture sociali, rendendole friabili e permeabili, allora dev’essere vero anche che non ci troviamo più così a nostro agio con la solidità. Se la mobilità è il nuovo valore da garantire, in tal caso il legame può essere inteso nel senso di un legaccio, di un impedimento alla propria auto-realizzazione. L’amore liquido è un amore che scivola fuori dalle categorie tradizionali, che rigetta l’istituzione del matrimonio per fluire in un arcipelago di soluzioni nuove, dalla situationship al poliamore, e tutte che rispondono allo stesso, disperato, tentativo di trovare un compromesso tra la pulsione umana a costruire e l’imperativo moderno a muoversi. La distanza potrebbe costituire un altro di questi tentativi. Per chi continua a preferire la monogamia e a trovare appagante una certa continuità temporale, essa offre, quantomeno, la discontinuità spaziale a proteggere dai rischi della solidità, vale a dire l’impegno, la routine, la progettualità, l’inevitabile vulnerabilità a cui ci espone il legame con l’altro. Allora ecco la distanza non come problema ma come soluzione: che non impedisce di vedersi spesso, ma che fornisce un pretesto per vedersi poco, sottraendo presenza quel che basta per rassicurarsi di essere ancora abbastanza “mobili”; che non pone un ostacolo alla realizzazione dei progetti di coppia, ma una scusa per procrastinarli, de-responsabilizzando il singolo dall’assumere scelte limitative della propria libertà come aprire un mutuo o fare figli. Insomma una distanza di sicurezza, da cui potersi connettere senza rimanere legati.

Assumere questa prospettiva, nota bene, non significa negare rispetto al coraggio delle coppie che decidono di credere al proprio sentimento nonostante una letteratura di fallimenti remi contro di loro. Non significa scalfire il valore di una scelta che richiede impegno, maturità, e una buona dose di pazienza per affrontare giorno dopo giorno il peso dell’attesa e dell’assenza, peso che a discapito di ogni facile disfattismo può essere affrontato, contribuendo a sviluppare nei casi più fortunati una maggior fiducia nell’altro e una maggior fiducia in sé stessi e nella propria capacità di vivere una vita autonoma. E non significa nemmeno pronunciare una sentenza generale su una materia, la relazione umana, che comprende un numero infinito di casi particolari. Niente di tutto ciò: assumere questa prospettiva significa offrire una chiave di lettura in più per aiutarci ad interpretare il reale in cui si trova immersa la nostra quotidianità, con i suoi dubbi e le sue speranze, e ammettere che forse una parte di noi sarebbe disposta ad affrontare il peso della distanza come parte del compromesso che ci richiede la modernità: significa, cioè, ammettere che tra quei quattro milioni di innamorati su Skype c’è chi accetterebbe di buon grado questo peso come prezzo da pagare per potersi sentire libero.

Come se vivessimo nell’epoca delle storie a distanza, sì, ma dove non è più la storia a salvare la distanza, ma la distanza a salvare la storia. 

 

 

 

Hai letto: Storie a distanza di sicurezza
Globale - 2003-2020
Silvia Zidarich

è psicologa, scrittrice e comunicatrice scientifica. 

Pubblicato:
26-06-2020
Ultima modifica:
01-07-2020
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