Samir Galal Mohamed | Copyright: Andrea Sanarelli

Samir Galal Mohamed, un discorso che vale la pena fare

Una conversazione sulla poesia di oggi, tra autoreferenzialità, superfluità, miseria e impostura.

Samir Galal Mohamed | Copyright: Andrea Sanarelli
Intervista a Samir Galal Mohamed
di Filippo Rosso
Samir Galal Mohamed

(Sassocorvaro, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, "Fino a che sangue non separi", compare in Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano (Marcos y Marcos, 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. "Damnatio memoriae" (Interlinea Edizioni, 2020) è il suo primo libro di poesia. Vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

Leggendo la raccolta “Damnatio memoriae” di Samir Galal Mohamed, di recente pubblicata per Interlinea, si ci imbatte di tanto in tanto in poesie che si presentano come blocchi compatti di righe, come colonne tagliate alla metà del fusto.

Ci si accorge subito che questa robustezza, questa compattezza, sono effetto del rigore con cui Samir svolge il suo lavoro. Sono caratteristiche date dalla dignità della fatica, anche quando si afferma che “scrivere è un’attività parassitaria, specialmente se si tratta di poesia”.

Il discorso di Samir Galal Mohamed è chiarissimo, come i suoi punti di riferimento, la passione politica, la figura del padre, l’ironia, il dolore, “memoria” e “destinazione” in espansione in tutta la sua opera. E quando questo torna a volte a interrogarsi su se stesso, a “rileggersi”, non è mai un ripiegamento o un passo indietro, invece è un tornare deliberatamente in un luogo, sapendo che se ne può coltivare un’ossessione senza doverla sbandierare agli altri. Questa sicurezza minima, questo orgoglio pacato, sono la base di questa poesia.

Tiziano Scarpa, che ospita regolarmente Samir su Il primo amore, ha scritto di questi testi che “vanno letti ad alta voce”, “per aggredirne la consistenza”. Ho provato a seguire il consiglio, senza trarne profitto. Ho preferito invece leggerli dentro di me e studiarli come si legge una formula logica, tornando spesso alle frasi, osservandone gli slanci e le pietre di volta. In questo modo, mi è sembrato di poter rendere più malleabile la loro sostanza e fare quell’analisi che non solo la poesia, ma il “teatro” o la “fabbrica” della vita richiedono.    

I più non conoscono la poesia di Samir Galal Mohamed, e disgraziatamente, considerata l’inservibilità del mercato della poesia, non la conosceranno. Per questa ragione abbiamo deciso di dargli spazio, aderendo alla lista, per altro molto rispettabile, delle riviste che lo hanno fatto prima di noi. Ma lo facciamo in particolare perché offre un punto di partenza robusto sul quale costruire oggi un discorso che vale la pena fare.

 

Filippo Rosso - Samir, partiamo proprio dall’esperienza di lettura di “Damnatio memoriae”. A me sembra che la tua poesia, più di altre, viva della sua coerenza interna, e cioè che non sia una poesia di ricerca di senso, che sembra quasi un dettaglio arbitrario, ma piuttosto di logica, di procedimento. Tu stesso in un’altra intervista fai circolare un nome, Ludwig Wittgenstein. Bene, penso, forse ci ho preso. Qual è il terreno di azione della tua poesia? Cosa ricerchi mentre scrivi?

Samir Galal Mohamed: C’è un passaggio, nel libro, dalla sezione "Ipotesi della relatività poetica", che vorrei riprodurre per sostenere questa tua intuizione interpretativa: «se si è fedeli (…) a una sistemazione testuale severamente cronologica, è fondamentale accettare un fatto: quella stessa distribuzione (…) si denuncerà intimamente valoriale». Tutti i testi di "Damnatio Memoriae" sono posizionati e disposti in rigoroso ordine di composizione, dal 2015 al 2019. Ovviamente l’intento non è quello diaristico, “confessionale”, ma quello di una ricerca linguistica e tematica in fieri, dove i risultati del lavoro vengono mostrati in chiaro e presentati nella loro sequenza di produzione. La ricerca della complessità, nella mia pratica poetica corrente, non è da rinvenire primariamente nella costruzione strutturale, nel piano di lavoro dell’opera – pratica riservata alla scrittura accademica, per esempio, a quella giornalistica, o narrativa –, ma nel processo stesso dello scrivere. E proprio per questa ragione il percorso del libro risulta coerente: lo scrivente rilancia a ogni testo la posta in gioco – sia essa formale o contenutistica – al componimento successivo, rielabora e riprende, tende a precisare ed esacerbare il risultato precedente. Di qui, il connotato di chiarificazione linguistica e personale, con il suo portato di assetto valoriale. Dal primo Wittgenstein, tento di mutuare la formula della ricerca filosofica in qualità di dispositivo di rischiaramento semantico: applicare questo strumento alla scrittura in poesia permette di chiarire, ovvero di esprimere in maniera consapevole e complessa un dolore, un accadimento. E quando Wittgenstein – il secondo – torna sui propri passi, corregge una postura non soltanto radicale, ma parzialmente improduttiva: critica e verifica di un linguaggio non ostensivo conducono comunque alla scrittura, a un’espressione muta, a una deriva significante. Ecco, l’oscillazione tra la chiarificazione linguistica di un dolore, e l’acquisizione della consapevolezza della sua inesprimibilità, collima con un fatto, una movenza anche politica, fondata sulle possibilità – presunte o reali – della sua inservibilità individuale e collettiva.



FR - “Le mie poesie non parlano a tutti perché parlano di più / alle altre poesie, ad altre poesie: sono le parole che parlano / con altre parole”. La cosa che colpisce della tua poesia è che invece riesce a parlare molto bene e, senza un briciolo di falsa modestia, lo fa qui dichiarando la sua autoreferenzialità, lì il suo essere superflua, altrove le sue miserie e le sue imposture. Ci sono molte vittime, ma forse la più illustre è il bisogno di una verità. C’è una ragione dietro a questi azzeramenti?

SGM - Autoreferenzialità, superfluità, miseria e impostura sono quattro grandi categorie che sì è costretti a maneggiare per poter scrivere poesia – naturalmente, non sono le uniche. A questo proposito, non occorre rivolgervisi così brutalmente: la poesia, infatti, al pari di altre modalità d’espressione, non è la più egoriferita, né la più eccedente e meschina. Anzi. È talmente marginale, e minoritaria, che pare non possieda altra maniera di ricordarci la sua presenza, che è capillare, certo, ma poco ingombrante. Dovremmo forse cominciare a provare simpatia per la poesia, quell’affezione malinconica che riserviamo agli spazi desueti della casa, ai quali, nel corso degli anni, abbiamo concesso minima attenzione, e che da adulti ci appaiono significativi: solo allora proviamo ad abitarli. Per coloro che non trovano conforto neanche in questi angoli dimenticati della casa, la poesia assume un significato centrale nell’economia della vita. Fuori da ogni metafora, oggi, chi scrive seriamente poesia è qualcuno che conosce bene questi limiti, ne conosce la storia, gli sviluppi, la molteplicità dei contesti operativi, le filiere. Chi scrive poesia, oggi, lo fa con la modestia della consapevolezza e, al contempo, con la presunzione di significare qualcosa. Credo sia impossibile, o comunque estremamente difficile, procedere altrimenti. La poesia si configura come uno dei luoghi espressivi – e sono tantissimi – della contraddizione dell’esistente: inutile, e perseverante.

 

FR - E ti è capitato di notare segnali che vanno in questa direzione, ovvero di una rinnovata sensibilità tra i lettori di poesia, in Italia? O mantenendoci sulla tua esperienza personale, c’è qualcuno che è venuto a trovarti recentemente in questi “spazi desueti della casa”, e che ha messo al centro della sua attenzione il tuo lavoro, ti ha mostrato le sue motivazioni, raccontato la sua esperienza?

SGM - Non desidero scomodare nessuno. Vorrei però sottolineare e ricordare la presenza, e l’emersione, di tantissime e interessantissime realtà culturali specificatamente poetiche, declinate nell’editoria indipendente e autoprodotta, nei cicli seminariali condotti fuori dagli spazi istituzionali, nei laboratori più o meno permanenti e, ovviamente, nelle piattaforme digitali. Mi sono interrogato anche altrove sulle ragioni della sfasatura tra l’esperienza poetica che i giovanissimi affrontano durante il percorso di studi, e la loro eloquente assenza dai luoghi fisici di quella stessa letteratura. La postura settoriale che intende la poesia contemporanea rivolta esclusivamente agli addetti mi pare insostenibile. È vero il contrario: la poesia contemporanea trova i suoi lettori quasi unicamente tra gli addetti perché fatica a raggiungere contesti e soggetti ulteriori, non “allineati”. E naturalmente non è questione di complessità: i giovanissimi si trovano ogni giorno, e almeno per cinque anni della loro esistenza, a dover interpretare le parole di Dante, Leopardi, Montale. Vogliamo comparare a questi i nostri testi? Non scherziamo.

 

FR - Ancora a proposito dell’autoreferenzialità, scrivi: “Segretamente, ogni scrittore si crede superiore, e di gran lunga, dei contemporanei. Certo, non si arrischia in paragoni scriteriati con i grandi del passato, ma la sua boria nei riguardi del presente è tale da risultare commovente. E motivata. Nessuno scriverebbe altrimenti”. Cosa ti porta a fare di tutto questo poesia?

SGM - La riflessione metapoetica, l’analisi di ciò che significa pensare e scrivere poesia, le sue condizioni di realizzazione e ricezione, rappresentano un “fuori” – il termine è preso in prestito da Deleuze e Guattari – cruciale all’interno della mia pratica scrittoria. Com’è noto, scrivere poesia implica avere a che fare con un’attività oltremodo codificata, un lavoro che necessita di un faticosissimo e spesso frustrante apprendistato, di una cognizione storica e linguistica notevole, ed è richiesta una conoscenza pressoché impossibile degli stati dell’arte che si sono stratificati nel tempo. Questo, in teoria, vale per tutte le discipline e le forme d’arte. E tuttavia la pudicizia nei confronti del passato viene battuta, e smaccatamente, dalla pressione dell’attuale: in questo senso la contemporaneità consiste anzitutto nella possibilità materiale di essere presenti (il piano ontologico, per così dire); cionondimeno tra i presenti non sussistono relazioni, né si rintracciano occorrenze o modalità di comparazione valoriale, ma di competizione commerciale o, al limite, di muta convivenza (il piano politico). A voler utilizzare uno dei più celebri snowclone: è la relatività poetica, bellezza. Allora la pervasività di questa posizione, che investe buona parte dei meccanismi selettivi, produttivi, distributivi, promozionali e di consumo, impone la progettazione e l’organizzazione di scenari alternativi: una delle condizioni preliminari – fra le tante – per la critica, e per un conseguente ripensamento, non può che realizzarsi all’interno della scuola e, più in generale, nei luoghi della formazione culturale. (Ovviamente, in principio, occorrerebbe cominciare a ripensare criticamente anche i luoghi, e i modi, della formazione).

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Italia - 2020
Filippo Rosso

è nato a Roma (1980), ha scritto testi e interventi su alcune riviste.
È uno dei fondatori di Singola.

Samir Galal Mohamed

(Sassocorvaro, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, "Fino a che sangue non separi", compare in Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano (Marcos y Marcos, 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. "Damnatio memoriae" (Interlinea Edizioni, 2020) è il suo primo libro di poesia. Vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Pubblicato:
22-05-2020
Ultima modifica:
22-05-2020
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