Julian Zhara: parole per scena e musica - Singola rivista
Julian Zhara
Julian Zhara | Copyright: (shooting_different)

Julian Zhara: parole per scena e musica

Dialogo sulla genesi della raccolta Vera deve morire, tra oralità, ricerca di sé e un lungo apprendistato poetico.

Julian Zhara | Copyright: (shooting_different)
Intervista a Julian Zhara
di Redazione Singola
Julian Zhara

(1986) è poeta, performer e organizzatore di eventi culturali. Sue poesie sono presenti in La poesia italiana degli anni Duemila (Carrocci, 2017) di Paolo Giovannetti. Ha pubblicato il libro di poesie Vera deve morire (Interlinea, 2018). Vive e lavora a Venezia.

Uscire da sé, ridefinirsi. E lavorare con le parole come si trattassero di composizioni musicali, come se dietro una macchina da presa continuasse a girare e a riprendere...
Questa la dimensione base della poesia di Julian Zhara, che ha recentemente pubblicato per Interlinea la sua prima raccolta di poesie Vera deve morire. Sono poesie d'amore, si dice, ma non bisogna cadere in inganno: l'amore è solamente il tema, ciò che conta sono il racconto e lo svolgimento: ce lo dice Zhara stesso in apertura di una delle sue poesie: "Nella lingua dei tuoi antenati / la parola amore se esiste è letteraria, / in mezzo ai campi si fa altro [...] / bastava allora il voerse ben." 

Quegli antenati sono gli albanesi da cui ogni tanto si prende la lingua in prestito e la si accoppia all'italiano della formazione intellettuale, ma anche "della dizione, della pronuncia": per rimarcare di nuovo il rapporto con l'oralità e la predominanza della musica, che qui è tutto. Nel quadro così come si presenta, viene spontaneo pensare al cinema, e di nuovo è lo stesso poeta che esplicita il legame profondo con questa arte.

La ricerca poetica, unita in questo caso alla riflessione in fieri del proprio apprendistato di "poeta scritto", è lo spunto fondativo del dialogo che vi presentiamo. Con questo, come altrove, si è cercato di parlare più in generale delle direzioni della produzione poetica di oggi.


Singola - Nelle poesie di Vera deve morire c’è un forte impianto orale, non solo spunti “diretti” dell’oralità, ma veri e propri interlocutori, addirittura musica... In molti hanno parlato di Petrarca (cfr. ad esempio il Canzoniere, Parte I, XVI. “la disïata vostra forma vera”), ma tu per primo hai citato Elio Pagliarani o Gabriele Frasca tra i tuoi principali riferimenti. A cosa devi questa propensione, o accostamento, alla lingua parlata?

Julian Zhara - La genesi del libro parte proprio dal Canzoniere di Petrarca e l’incipit, il primo verso, ha un chiaro rimando petrarchesco: il “Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono” in Vera diventa “Ma adesso mi ascolti”. Petrarca sapeva che la maggior parte dei suoi lettori avrebbero fruito della raccolta oralmente, quindi scrive e imprime questi versi dove si invita ad ascoltare e non leggere - i suoni non le parole. Non poteva immaginare che sarebbe stato il bestseller assoluto nel Cinquecento, raggiungendo le decine di migliaia di copie vendute e che il primo libro in volgare, stampato a Venezia, dopo la rivoluzione Gutenberg, sarebbe stato il suo. Io venivo da un mondo a forte impatto di oralità, confinante con lo slam poetry ma ho lavorato molto anche con la musica portando il mio progetto di spoken music in giro per l’Italia per molti anni: dal MAXXI di Roma poi finito nel documentario Generation Y (trasmesso su Rai 5) al Premio Alfonso Gatto, assegnatomi proprio per questo progetto, a vari festival di poesia e letteratura. I miei saggi prediletti erano del musicologo Stefano La Via, e immancabili gli studi mediali di Ong e Zumthor, a cui ho avuto accesso grazie al lavoro di diffusione di Frasca e Voce. L’ossessione per la metrica e quindi il lavoro di Giovannetti in primis e in misura minore di Colangelo e Dal Bianco mi sono serviti ad affinare gli strumenti compositivi. Nella gestazione del libro ho imparato a conoscere a orecchio le metriche utilizzate dai rapper (con i poeti - la maggior parte almeno, il processo è meno divertente) e ricordo un pomeriggio passato con un caro amico poeta, Giovanni Rapazzini, a mostrargli i risultati della mia ricerca, riconoscendo, senza accedere al testo scritto, le metriche di Fabri Fibra. Nel frattempo, ogni giorno, eseguivo ad alta voce come un mantra, una preghiera laica, La Libellula della Rosselli, vari testi di Frasca, e tra i più giovani Nacci e Padua e tra coetanei o più giovani, importante il confronto con Burbank e Stera. Mi interessavano le metriche rigide, accentuative, cantilenanti. Questa la mia palestra. Ho iniziato a riconoscere, col tempo, che questa propensione al parlato, in misura non indifferente, è una rivalsa verso il mio di parlato, verso la mia dizione che almeno all’inizio dello spostamento in Italia tradiva l’essere straniero, provocandomi un senso di disagio e forse anche vergogna.



SNG - La tua poesia ruota intorno alla parola lirica per eccellenza, “amore”. Ci puoi dire cosa ti porta a fare della poesia in questo luogo privilegiato, ma anche per molti versi scivolosissimo?

JZ - Ho sempre pensato all’azione poetica come a un percorso. Quando Buffoni, il mio maestro, mi ha proposto il libro, percepivo una grande insofferenza verso la ricezione del lavoro che conducevo. Ero stufo di dover vestire il cappotto del performer, slammer, in quasi tutte le occasioni pubbliche. Il modo migliore per defilarmi era interrompere questo percorso, deludere molti critici e lettori che mi incapsulavano in quella schiera e liberarmi con un gesto kamikaze: libro di poesie d’amore - di un poeta che pone la ricerca metrica e musicale al centro del proprio percorso - negli anni Dieci. Lavorare con un argomento kitsch, abusato, insulso, mainstream, con un corpo morto, un tabù letterario in poesia - come l’amore. E così è stato. A due anni di distanza, devo dire che ho rinunciato a molto, sono stato escluso da vari contesti ma sono finalmente libero, libero di agire come poeta e non poeta soggetto a un aggettivo: sia orale, sia performativo, poco importa. Mi si considera performativo solo perché la maggior parte dei miei colleghi poeti legge le proprie poesie come fosse in un canile. Semplicemente considero i miei testi partiture e li leggo come se lo fossero. Eseguo, non recito o performo.


SNG - Un altro aspetto forte della tua poesia è il rapporto con il cinema (cfr. ad esempio “Il finale keatoniano si preannuncia dal primo tempo”, il ricorso al lessico del “frame” e della “post-produzione”, ma anche la stessa carrellata del paesaggio veneto dal finestrino del treno). Cos’è per te il cinema?

JZ - Quando ho deciso di trattare l’amore come argomento, a livello meramente poetico, oltre a Gatto, Porta, Sanguineti e De Angelis, avevo poco materiale. Se ripenso agli ultimi trent’anni, mi viene in mente l’ultimo Raboni e forse anche quel bellissimo libro, quasi dimenticato, di Veneziani: Tatuaggio Profondo. L’ispirazione più grande è venuta dal cinema. Il film che più di tutti ha agito sull’ideazione e composizione di Vera è quel capolavoro di Wong Kar Wai, In the mood for love, di cui ho anche tradotto in poesia una scena-chiave. Nel confronto col cinema dovevo interrogarmi su quelli che sono gli strumenti di lavoro (lavoro, lavoro, lavoro - una parola forse troppo usata in questa intervista ma la parola che più di tutte riguarda, per me, e l’essere poeta e il fare poesia) la lezione prima è arrivata da Blue Velvet di David Lynch. Lynch, in Blue Velvet, riesce a ridurre trama e sceneggiatura a un livello quasi demenziale, rasoterra, prevedibile. Nel rifiuto della narrazione, che segue un binario “classico”, per nulla sperimentale, livellandola, tenta e riesce a rendere una stupida crime story un’opera d’arte assoluta. Sublima, come Bacon il papa di Velazquez e insegna che la sublimazione è un movimento verticale, ma col vettore verso il basso. E lo fa nell’uso innovativo della colonna sonora, del montaggio, gestione degli attori come controfigure patetiche, per quanto geniali, dei personaggi. Così, a oggi, se dobbiamo spiegare il postmoderno a qualcuno, possiamo dirgli: guardati Blue Velvet! C’è un bellissimo saggio di David Foster Wallace che ne tratta e mi sono trovato entusiasta a leggere del debito di Wallace stesso con quel film.
Nel libro ho lavorato sulla trasposizione del montaggio cinematografico nel montaggio poetico, l’uso della colonna sonora tra un verso e l’altro, come estrapolare le scene dalla narrazione, e il ripensare le parole di un foglio word in bianco e nero, come codici testuali volti a comporre immagini in movimento.
La poesia che citavi, nella carrellata del paesaggio veneto dai finestrini del treno, ecco, quella è ispirata al video di Smalltown Boy dei Bronski Beat. La ascoltavo in treno Venezia-Noale un giorno e ci sono voluti tre mesi di lavoro duro per riuscire a fissarlo sullo schermo.


SNG -
Vedi delle tendenze (o delle macro-tendenze) nella produzione poetica italiana di oggi?

JZ - Sì, ci sono, esistono, ma vedo che negli ultimi due anni, grazie anche all’emersione di una nuova ondata di giovani poeti, i nati negli anni Novanta, le macro-tendenze hanno confini più labili, meno definiti. Ed è una fortuna. Noto un’osmosi tra le poetiche e le produzioni dove convivono Spatola, Costa, Benedetti e Anedda, in maniera naturale e felice. Cosa che fino alla fine degli anni Zero, era se non impensabile, molto difficile. Per me è la generazione dell’inclusione e hanno tanto da insegnare a chi è venuto prima. Sulle tendenze come mappatura, il libro di Paolo Giovannetti, La poesia degli anni Duemila, è un ottimo punto di partenza.

 


SNG -
Ti sei già messo al lavoro dopo questa raccolta? Sai già su quali temi ti concentrerai?

JZ - Non sto più scrivendo, da almeno un anno e mezzo. Ho dei progetti in testa, cantieri aperti: vorrei scrivere qualcosa sull’acqua alta straordinaria a Venezia e dopo aver consultato i migliori fabbri italiani, i due più grandi forgiatori di metrica chiusa e libera, ho deciso la forma che prenderà ma non i contenuti; un altro lavoro riguarda la sperimentazione di quel metro anfibio che è il tredecasillabo; sto cercando di ideare una rapsodia balcanica che riprenda la storia di immigrato di mio padre, dall’Albania al Veneto, a metà anni Novanta; un altro cantiere riguarda l’analisi spietata dei tic della mia generazione: lo scrivere in versi ciò che solitamente, anzi generalmente, i versi rigettano, nella scia del lavoro che Mazzoni estrapola da Bordini, ossia l’iperverità. Anche per questo, a breve, andrò un mese o più in Albania a ripulire le pupille dalla bellezza liquida e plastica di Venezia, per riverginarle e fare da eco a infinite sonorità che abitano il mio subconscio. Ho la fortuna, conquistata in questi anni, di poter fare entrare nella mia officina i migliori fabbri italiani (con conseguenti schiaffi in faccia - ma ben vengano!) e so che ogni lavoro o percorso, avrà dei severi amici e sodali a vigilarne l’evoluzione.

Hai letto: Julian Zhara: parole per scena e musica
Italia - 2020
Arti
Julian Zhara

(1986) è poeta, performer e organizzatore di eventi culturali. Sue poesie sono presenti in La poesia italiana degli anni Duemila (Carrocci, 2017) di Paolo Giovannetti. Ha pubblicato il libro di poesie Vera deve morire (Interlinea, 2018). Vive e lavora a Venezia.

Redazione Singola

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Pubblicato:
05-10-2020
Ultima modifica:
08-10-2020
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