In un mondo quasi straniero - Singola rivista
Proiezione di un'opera di Richard Mosse, George Washington University, USA, 2011.
Proiezione di un'opera di Richard Mosse, George Washington University, USA, 2011. | Copyright: Elvet Barnes / Flickr

In un mondo quasi straniero

Transito e territorio formano la nostra identità. È quanto conferma l'opera di tre artisti sui generis, Cao Fei, Paulo Nazareth e Richard Mosse.

Proiezione di un'opera di Richard Mosse, George Washington University, USA, 2011. | Copyright: Elvet Barnes / Flickr
Filippo Rosso

(1980), è autore del primo e forse ultimo ipertesto narrativo italiano, s000t000d (2002). Ha scritto testi e articoli su diverse riviste. Nel 2020 ha fondato Singola, di cui è caporedattore. Vive e lavora a Berlino.

Come nota acutamente Kristie T. La su The Harward Crimson, gli spazi di arte contemporanea si sono trasformati negli anni in giganteschi non-luoghi internazionali, sempre meno connotati dagli elementi del territorio circostante: "Con le fiere d'arte e le biennali, gli spazi non sono necessariamente permanenti, ma vengono occupati per qualche giorno, una settimana o un mese. [...] Non sei a Berlino, Londra, Basilea, Mosca o Miami, ma in una qualche sospensione artistica: la convergenza tra lo spazio dell'arte autonoma, il design modernista elegante e il mercato senza precedenti dell'arte contemporanea."

Il mondo dell'arte è un mondo sempre più deterritorializzato. Qui, nell'accezione deleuziana, non si intende un ambiente scollegato dalla vita reale e pertanto chiuso (si pensi ad esempio il circuito internazionale del tennis o della Formula1): stavolta è il mondo stesso che si apre e fa iperconnesso, le frontiere oscillanti e porose (Hong Kong, Singapore, UK / EU, Africa / Sud Europa) si offrono come luogo di raccoglimento, della ridefinizione, dello sradicamento.

Gli artisti sono vittime più o meno dorate di questa perdita del luogo, "spaesamento" che si applica oggi non solo all'orizzonte estetico dell'arte ma, facendosi materiale, si connatura alla presenza effettiva dell'artista nel suo atto creativo.

"L'antropologia tende sempre di più, ai giorni nostri, a considerare il tradizionale villaggio rurale come la sala d'attesa di un aeroporto: a ritenere cioè lo spostamento, il viaggio, la migrazione non come un semplice accidente dell'esistenza umana, come un evento fortuito e accessorio, ma al contrario come la pratica costitutiva dell'identità del soggetto, anzi di ogni espressione culturale."
Così scrive Franco Farinelli nel suo vertiginoso saggio Geografia (Einaudi, 2003) a proposito del morente potere "dittatoriale" della mappa cartografica (nel senso della sua centralità nella costruzione di una forma di sapere) correlato alla libertà di movimento individuale letteralmente esplosa negli ultimi decenni (la pandemia non ferma i flussi, li mette semmai in standby).

Alcuni artisti vivono esperienze di perdita della dimensione territoriale per via delle residence e dei soggiorni stipendiati che negli ultimi anni si sono letteralmente moltiplicati. Altri usano le forme di reddito di disoccupazione vigenti in molti paesi occidentali per intraprendere lunghi viaggi o sono costretti a lasciare il proprio paese per motivi di sicurezza personale, sociale, economica o come migranti.

La critica curatoriale segue organicamente il fenomeno dell'arte in transito da almeno quindici anni. Il risultato è una mappa sempre più complessa di esperienze legate alla deterritorializzazione. Per citare solo alcuni esempi recenti, troviamo l'inserimento dell'artista cinese Cao Fei nel Guggenheim Museum e nel Moma PS1 di New York; di Paulo Nazareth nell'organico della collezione Boros a Berlino, fino alla mostra Extreme.Nomads (Francoforte, 2018) dedicata al lavoro di entrambi.

Quest'ultima esposizione, in particolare, raccoglie alcune opere degli artisti appena citati, insieme al lavoro di un terzo artista, Richard Mosse. La mostra ci dà occasione di analizzare il tema dell'arte e della deterritorializzazione in una triplice chiave di lettura. 



Cao Fei
nasce nel 1978 a Canton, in Cina, dove tutt'ora vive. Il suo lavoro è ampiamente riconosciuto in ambito internazionale. Nelle sue opere Fei analizza la situazione sociale della Cina urbana. La sua arte mette in crisi il confine tra finzione e realtà attraverso l'uso massiccio di spazi virtuali, totalmente sganciati da un contesto di carattere territoriale. In una recente intervista, l'artista ha affermato: "Il mio mondo è autonomo. Funziona come un contrappunto alla realtà, si può entrare e uscire liberamente. È un luogo per una passeggiata, andare in trance, dare un'occhiata in giro, piangere. È un mondo capriccioso, lontano dal nostro mondo hardcore, che è sempre di istituzioni, di ostentazione, di dichiarazione, di confronto, di resistenza."
In una sua nota installazione, Haze e Fog, Fei mostra il ritratto trasfigurato della perdita di identità e l'appartenenza a dei luoghi. C'é una Pechino trasformata in una città anonima, dove i cittadini sono ormai zombie occupati nelle loro attività di un tempo, ma senza più significato.
Negli ultimi anni l'artista ha utilizzato Second Life per creare una città immaginaria dove basare il proprio studio in modo autonomo dal controllo politico e la burocrazia cinese. Il gioco è particolarmente interessante, perché se da una parte si assiste a una digitalizzatione, e quindi alla perdita della materia, dall'altra la città che Fei crea si porta dietro delle caratteristiche "domestiche" che la rendono una città più simile alle metropoli cinesi che occidentali.


Paulo Nazareth nasce nel 1977 a Governador Valadares, in Brasile. Vive a Belo Horizonte. Nazareth lavora principalmente sull'interazione tra le persone e l'ambiente, discorso che lo porta a una riflessione sulla società brasiliana. Razza, disuguaglianza, ideologia, critica dello sviluppo, sono temi che vengono messi in rapporto con le pratiche etiche di solidarietà e di comunione tra le persone. L'artista incarna l'idea del creativo come una sorta di connettore, di decodificatore performativo o, ancora, di filosofo.
Nazareth è noto per i suoi progetti creati "in transito". In un viaggio a piedi tra Belo Horizonte e il fiume Hudson a New York, questo sceglie una serie di oggetti personali da spedire alle gallerie come si trattassero di souvenir: borse della spesa, una tunica, le proprie scarpe. Nessuno di questi souvenir racconta esplicitamente un luogo. A rimarcare ulteriormente l'atto del transito, Nazareth riprende ossessivamente i suoi piedi sporchi di polvere e di sporcizia.
In un altro viaggio nella città africana di Ouidah, in Benin, l'artista si è ripreso mentre gira a marcia indietro intorno a un albero: L'Arbre d'Oublier (L'albero della dimenticanza) è insieme la ripresa di un luogo che in passato veniva utilizzato come centro di commercio degli schiavi e il porsi in prima persona nella stessa situazione. 
Come egli spiega, queste riflessioni sul transito celano domande profonde sull'identità brasiliana: "Il mio lavoro riguarda la mescolanza e l'incontro di molte persone in Brasile. La religione è mista, la razza è mista e anche la filosofia è mista. Penso che le mie opere parlino del desiderio di possedere una memoria culturale mista. Noi brasiliani non sappiamo da dove veniamo".


Che effetto ha il territorio sfigurato, alterato, irriconoscibile? In questo senso può essere letta l'opera di Richard Mosse, nato in Irlanda nel 1980. Nel 2012, Mosse ha documentato il conflitto congolese degli M23 utilizzando una particolare telecamera a infrarossi per scopi militari. Questa telecamera ha la particolarità di poter catturare una radiazione luminosa più estesa di quella di una normale telecamera. Le immagini mostrano persone e animali nei loro colori naturali, ma il paesaggio è decisamente virato sui toni del rosa e del blu. Il delirio febbrile della guerra trova così la sua rappresentazione e i profili degli umani resi ancora più appariscenti.

L'escapismo fuori dal controllo (Fei), il viaggio senza punto di ritorno (Nazareth), l'assurdità del terreno (Mosse) evidenziano quindi il rapporto tra un territorio-estraneo e la costruzione della propria identità. Questa, in transito, non è mai una fotografia, ma segue le peregrinazioni del corpo nell'ambiente che lo circonda.
Riprendendo le parole di Mosse, "il mezzo vede e registra il tipo di luce invisibile, l'infrarosso, che non vediamo con l'occhio umano": se il risultato ci meraviglia, siamo certi che molto di ciò che ci influenza e ci avvolge non è immediatamente visibile.

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Globale - 2018-2020
Arti
Filippo Rosso

(1980), è autore del primo e forse ultimo ipertesto narrativo italiano, s000t000d (2002). Ha scritto testi e articoli su diverse riviste. Nel 2020 ha fondato Singola, di cui è caporedattore. Vive e lavora a Berlino.

Pubblicato:
04-11-2020
Ultima modifica:
04-11-2020
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